Uno sguardo alle pensioni – Cenni storici e funzionali

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Negli ultimi tempi si sente spesso parlare da parte dei media di pensioni, sistema pensionistico, capitalizzazione, contribuzione, retribuzione, etc, intorno ai quali cresce di giorno in giorno confusione ed incertezza da parte delle persone. Con questo articolo si vorrebbe fare un po’ di chiarezza riguardo un tema così attuale.

Prima di tutto, il sistema pensionistico è un meccanismo che ridistribuisce risorse correntemente prodotte dalla popolazione attiva (vale a dire che lavora e grazie a ciò produce ricchezza) a coloro che sono impossibilitati a contribuire pienamente alla cosiddetta “catena di produzione” per varie ragioni. Proprio per tale pluralità di ragioni esistono diverse tipologie di pensioni: quelle di vecchiaia o di anzianità per riferirsi al trasferimento di ricchezze nei confronti di coloro che hanno cessato l’attività lavorativa per età anagrafica o età contributiva; di invalidità per chi si trova in uno stato di incapacità lavorativa (dovuta, ad esempio, ad un problema fisico che rende alla persona impossibile lavorare); ai superstiti, ossia nei confronti di coloro che sono legati da rapporti familiari a persone decedute che hanno contribuito alla forza lavoro; infine ci sono le pensioni assistenziali, messe a disposizione per chi è sprovvisto di qualsiasi forma di reddito e non è in grado di lavorare.

Dopo aver visto la definizione base di sistema pensionistico e i diversi modi in cui esso si articola, è possibile parlare delle sue diverse funzioni, che sono principalmente tre: assistenziale, previdenziale e assicurativa.

Per prima, è presente una funzione assistenziale, intesa come obbligo morale della collettività a provvedere che tutti i cittadini percepiscano un reddito minimo che possa assicurare loro una sopravvivenza più che dignitosa; essa richiede una dissociazione fra contributi versati e pensioni percepite in modo da favorire i redditi più bassi, il che significa che se anche i contributi sono stati in valore assoluto molto bassi, la pensione non potrà essere più bassa del minimo che serve ad una persona per vivere dignitosamente.

La seconda è quella previdenziale, in base alla quale si cerca il più possibile di garantire ai cittadini di poter, una volta andati in pensione, mantenere il tenore di vita acquisito nella fase terminale della vita lavorativa; questa, al contrario della funzione assistenziale, favorisce le carriere più dinamiche, caratterizzate da una crescita salariale superiore alla media.

Può essere riconosciuta, infine, una funzione assicurativa, secondo la quale all’individuo viene restituita in età avanzata la quantità di ricchezza messa da parte in base ad i contributi versati durante la vita lavorativa. Tipicamente, infatti, il finanziamento della propria pensione è veicolato attraverso i contributi sociali che comprendono tutti i versamenti che le persone possono assicurare o che i loro datori di lavoro destinano agli organismi che erogano prestazioni pensionistiche nel corso dell’età lavorativa.
Parallelamente alle funzioni possono essere esaminati tre concetti di equità all’interno di questo complesso meccanismo.

La prima è la cosiddetta equità assistenziale, la quale teorizza che tutti i cittadini debbano ricevere un reddito minimo, calcolato in base alle circostanze economiche periodiche e dei valori sociali prevalenti.

Si dice, invece, che il sistema pensionistico realizza un’equità previdenziale quando a tutti i cittadini – a parità di durata della vita lavorativa – è garantita la stessa percentuale dell’ultima retribuzione o della media delle ultime retribuzioni. Per esempio se l’individuo A ha guadagnato nell’ultimo anno 10000 euro e la sua pensione diventa 1000 euro, la percentuale della pensione rispetto alla retribuzione è il 10%. Secondo questo specifico concetto di equità, se l’individuo B ha percepito nell’ultimo anno un salario di 80000 euro, la sua pensione dovrà essere di 8000 euro per mantenere costante la percentuale trovata in precedenza. Tale percentuale costituisce il tasso di sostituzione, rapporto fra la pensione dopo la cessazione della vita lavorativa e l’ultima retribuzione percepita.

È verificata, infine, un’equità attuariale quando tutti gli individui presentano lo stesso tasso di rendimento interno, cioè lo stesso tasso che eguaglia a un certo istante il valore attuale dei contributi versati al valore attuale delle prestazioni. Ciò significa semplicemente che tutti i contributi aumentano di valore nel tempo allo stesso “ritmo”.

Arrivati a questo punto, è necessario porsi tre quesiti: perché deve esistere per forza un meccanismo di trasferimento delle risorse a chi non lavora più o non può lavorare, perché questo deve essere obbligatorio e perché è inevitabile un intervento pubblico.

Se è vero che il sistema pensionistico come lo intendiamo noi oggi è nato nel XIX secolo, è innegabile che una qualsiasi forma di trasferimento delle risorse a chi non era più in grado di provvedere al proprio sostentamento esista da molto più tempo. Infatti, già nelle famiglie di tipo patriarcale del mondo agricolo, dove i più giovani si occupavano dei più anziani, erano presenti le funzioni assicurativa (trasferimento del reddito nella fase finale della vita) e previdenziale (mantenimento del tenore di vita). La funzione restante – l’assistenziale (reddito minimo per tutti) – era svolta da organismi religiosi. Con l’avvento dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione, la famiglia di tipo patriarcale è stata sostituita dalla famiglia monocellulare e questo ha comportato che le due funzioni sopra nominate non fossero più garantite all’interno della famiglia stessa, rendendo così inderogabile un’evoluzione del sistema pensionistico nella direzioni dei meccanismi moderni.

In una prima fase, infatti, sono sorte le “associazioni di mutuo soccorso” fra lavoratori, le quali riunivano insieme più lavoratori che contribuivano ad un fondo intestato al gruppo nella sua totalità che poi era utilizzato dagli stessi al termine dell’attività lavorativa. Dal momento che queste, però, erano molto deboli, iniziarono a nascere alcune forme di previdenza in cui l’ente erogatore era il datore di lavoro, senza però alcun intervento pubblico e su base unicamente contrattuale. Questo sistema riuscì a risolvere solo parzialmente e momentaneamente il problema perché, alla fine del XIX secolo, l’industria si era sviluppata a tal punto da richiedere nuove forme di garanzie per i lavoratori, una volta che si trovassero alla fine del loro periodo attivo. Fu così che nacque una nuova legislazione sociale riguardante il sistema pensionistico proprio nel paese in cui la grande industria era divenuto particolarmente sviluppato: la Germania di Bismarck. In accordo con tale legislazione, divenne importante l’intervento pubblico, la cui caratteristica essenziale è l’obbligatorietà, giustificata dal tradizionale argomento dell’incapacità del singolo individuo di prevedere i suoi futuri bisogni e di risparmiare per questi. Le prime manifestazioni dei sistemi pensionistici moderni sono caratterizzate dall’utilizzo di criteri assicurativi privati (ancora non si parla di pieno intervento pubblico) in un contesto di obbligatorietà: la pensione era cioè il risultato dell’investimento sul mercato dei capitali (in genere in titoli di Stato) e nel settore immobiliare dei contributi, senza garanzie di adeguatezza della rendita ottenuta al momento del pensionamento, elemento che invece viene riconosciuto poi con l’affermarsi di sistemi pubblici che collegano la pensione ai salari percepiti. Una seconda manifestazione essenziale di protezione del valore delle prestazioni pensionistiche è l’indicizzazione di queste ultime alle variazioni dei prezzi nel periodo successivo al pensionamento, elemento che è esclusivamente competenza dell’autorità pubblica.

Per concludere, secondo la World Bank ci sono tre cause che giustificano l’evoluzione dei sistemi pensionistici pubblici: l’inadeguatezza dei sistemi di risparmio, le carenze informative e il fallimento dei mercati assicurativi.

Con riguardo alla prima, i mercati dei capitali sono diventati cosi articolati e le condizioni macroeconomiche così instabili che si rende imprescindibile l’intervento di un’autorità pubblica.

Le carenze informative, invece, giustificano l’intervento pubblico poiché si ritiene che gli investitori individuali non siano in grado di valutare la solvibilità degli intermediari finanziari preposti alla gestione del risparmio previdenziale. Ciò è particolarmente grave nel momento in cui si parla di investimenti riguardanti le pensioni perché si tratta di investimenti a lungo termine, e perciò difficilmente controllabili, in cui degli errori di valutazione possono risultare particolarmente catastrofici da giustificare anche qui un intervento pubblico.

Per quanto riguarda il terzo elemento, le assicurazioni private non possono ridurre il rischio individuale quando gli eventi sfavorevoli colpiscono tutti gli assicurati. Infatti, il rischio sociale rilevante è costituito dall’inflazione che il settore privato non riesce a fronteggiare, mentre il settore pubblico interviene indicizzando le prestazioni pensionistiche alle variazioni dei prezzi.

Olivia Masi

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

Bibliografia

ARTONI R., Elementi di scienza delle finanze, Il Mulino, Bologna, 2012.

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