Einaudi, Salvemini e la scuola – Le ottime visioni di lungo e di breve periodo

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«Giova talvolta riandare scritti del passato, per persuadersi, talvolta con qualche mortificazione, quanto poco cammino, diversamente dalle scienze matematiche e fisiche, si sia compiuto nelle discipline morali»[i]. (L.Einaudi)

«[B]asta che in una scuola entri ad insegnare un uomo veramente vivo, perché tutte le anime degli alunni vibrino di un fremito più rapido ed intenso. […] La vita è   sempre più forte della morte»[ii]. (G.Salvemini)

L’ultima fatica di Gaetano Pecora, storico e politologo, intitolata La Scuola Laica, (Donzelli Editore, 2015, pp. XII-212, € 18,00) ha in questi giorni riacceso il dibattito attorno al migliore modello di scuola pubblica ed al rapporto di questa con gli istituti privati. Il libro non è certo carente di temi e di spunti di riflessione, fra i quali uno sopra gli altri ha catturato la nostra attenzione. L’Autore dedica infatti uno spazio considerevole alle diverse posizioni circa il valore dei titoli di studio e la certificazione statale, propugnate da figure pur considerevolmente simili, tanto per amore della libertà quanto per carriera accademica, come Einaudi e Salvemini. A chi volesse dedicarsi al pensiero dei due in merito all’istruzione, balzerebbero subito agli occhi le numerose affinità. Ambedue riconoscevano nella figura dell’insegnante (rectius: dell’educatore) il perno attorno al quale far ruotare un sistema scolastico improntato alla riflessione critica, dove “la verità vive solo perché essa può essere negata”[iii]. Entrambi erano soliti ripetere due massime latine, l’una di Plinio, che recita “l’unica cosa certa è che non vi sia nulla di certo”[iv] e l’altra, quasi in veste di conseguenza necessaria deducibile dalla prima, pronunciata da Cicerone, il quale affermava che “[c]hi della propria disciplina non facesse ostentazione di scienza, ma legge di vita, allora rispetterebbe se stesso si disporrebbe alla filosofia”[v]. Se il sapere umano si configura appunto come imperfetto e fallibile, è indispensabile rifuggire – sia Einaudi che Salvemini lo sostenevano – da qualsiasi visione enciclopedica del sapere, che in altro non consisterebbe che nella vana presunzione di assoluta verità perpetrata dagli instancabili profeti dell’ipse dixit. Al contrario occorre erigere a valori primi della scuola la libertà di pensiero e l’indipendenza da qualsiasi forma di potere, al fine di riprodurre all’interno delle aule “la lotta fra le idee”, che sola vivifica nei discenti “l’abitudine dello sforzo intellettuale e del metodo nel lavoro, il bisogno delle idee chiare e logicamente concatenate, il gusto dell’iniziativa personale”[vi]. Fin qui Einaudi e Salvemini procedono a braccetto, ma giunti a questa soglia, ciascuno imbocca una strada che conduce a diverse mete. Se l’ideale da entrambi condiviso di una scuola improntata al pensiero critico si risolveva in Salvemini nell’istituzione di un esame di Stato, che addirittura lodava come “un mezzo, direi tecnico, meccanico, per dare il senso di responsabilità […] e per dare alla scuola un maggiore tono di energia”[vii], Einaudi al contrario negava qualsiasi validità al titolo di studio ed asseriva che dovessero essere le competenze acquisite negli anni a far mostra di sé nel procedere della vita umana. È dunque possibile – vien fatto di domandarsi – che a fronte di premesse in tutto e per tutto identiche, Einaudi e Salvemini giungessero a conclusioni diametralmente opposte?

Noi riteniamo di sì, pensiamo che sia possibile, ma sotto un’unica ed imprescindibile condizione, ovvero quella per cui se i due pensatori imboccano strade divergenti, lo fanno perché, mossi i piedi loro alla stessa aurora, guardano a due diversi tramonti e ciascuno pensando al giaciglio che lo attende la sera, meglio si para contro le difficoltà e i pericoli che a questo s’appressano. Fuor di metafora: diversi problemi comportano differenti soluzioni, pur con lo stesso metodo, che è in questo caso la garanzia del pensiero critico. La questione che Salvemini si proponeva di risolvere – tema che peraltro, angustiandolo al Congresso degli insegnanti di Scuola Media nel 1907, lo obbligava ad una visione rivolta alla soluzione immediata – era quella della coesistenza delle scuole private accanto a quelle pubbliche. Non si dimentichi che ai tempi di Salvemini le scuole private erano private per davvero, nel senso che i docenti ricevevano il proprio emolumento direttamente dalle famiglie degli scolari, i quali dunque dai propri beneficiati si attendevano “non il latrato di Cerbero, ma la stretta di mano, il cenno dell’intesa”[viii], ma soprattutto che scendesse “fulmineo, istoriato e sigillato, il benedetto certificato della promozione”[ix]. Detto questo, è chiaro che a chi come Salvemini coltivava una così alta opinione della scuola, l’idea del “diplomificio privato” dovesse risultare indigesta, donde la necessità di un esame statale, che impedisse il nefasto do ut des (io, alunno, ti pago e tu, professore, mi promuovi).

La soluzione, benché certamente possegga le sue buone ragioni, non convince del tutto sul lungo periodo, dal momento che – e qui entra in gioco Einaudi – “se i diplomi di licenza, maturità e laurea debbono dare uguali diritti di ammissione ai pubblici concorsi, uguale deve essere il tirocinio fornito, uguali le prove subite, uguale la materia di ogni disciplina sulla quale la prova è superata”[x]. Non ci sono vie di mezzo; per lui “libertà di insegnamento ed esami di stato sono concetti incompatibili”[xi]. Il timore è infatti che il monopolio nella certificazione se ne tiri appresso un altro più terribile: quello dell’educazione. Peraltro Einaudi, liberal-liberista di puro conio, se tendeva a diffidare in generale dell’intervento dello Stato nelle faccende economiche, ancor più lo paventava in quelle educative, al punto che con una punta d’ironia rivolgeva questa domanda ai propri lettori: “V’era bisogno di un bollo statale per accreditare i giovani usciti dalla bottega di Giotto o di Michelangelo?”[xii]. Amaramente riflettendo sulle implicazioni di un esame di stato, ebbe a dire che “poiché i diplomi rilasciati da enti e da privati non hanno valore se non muniti del bollo dell’esame di stato […] se ne deduce la conseguenza pratica che tutti gli istituti scolastici pubblici e privati debbono uniformarsi ai regolamenti governativi se vogliono aspirare a dare ai loro allievi la possibilità di adire agli impieghi pubblici”[xiii] e quindi, chiosa Pecora, “quale istituto privato non taglierà le sue misure proprio sul panno dell’esame di stato?”[xiv] Einaudi dal canto suo, credendo fermamente che “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”[xv], avrebbe preferito accendere la competizione fra le scuole, in modo che sarebbero stati gli alunni a scegliere dove formarsi e di rimbalzo gli istituti, tanto quelli pubblici come quelli privati, poiché la loro sopravvivenza sarebbe dipesa dalla predetta scelta, avrebbero con ogni sforzo cercato di migliorare la qualità del proprio insegnamento.

Il criterio einaudiano è dunque quello dell’efficienza sociale di lungo periodo, laddove invece per Salvemini era quello dell’uguaglianza di breve. Domandiamoci, però, se anche la scuola di Einaudi sia immune da critiche. Ebbene, essa si rivela fragile proprio nella misura in cui – par quasi un paradosso affermarlo – trascura le frizioni di breve periodo. A tutti piacerebbe che, similmente a quanto avviene sul mercato di beni e servizi, anche su quello del sapere prevalessero le scuole-imprese migliori ai danni di quelle meno formative. Qual è tuttavia il costo di questo trionfo? La vittoria pesa intera sulle spalle di coloro i quali, prima del giudizio dato dal raffronto con le richieste del mondo delle professioni o ancora in tempi successivi, per via di scarsa informazione e magari stretti dalla necessità di mezzi a non allontanarsi dalla propria dimora, avessero scelto quelle scuole che si sarebbero rivelate perdenti. Spieghiamoci meglio. Immaginiamo il momento in cui si passi al regime proposto da Einaudi. In quel particolare frangente, nessuno avrebbe ancora giudicato circa la bontà degli insegnamenti impartiti nelle scuole, sicché del pari non sarebbe possibile decidersi per l’iscrizione ad un istituto piuttosto che ad un altro sulla base di qualsiasi parametro di confronto. Ammettiamo poi che talune scuole si rivelino quali centri di una cultura di maggiore pregio. A quale destino di fame sarebbero condannati gli incolpevoli alunni che avessero al momento primo optato “al buio” per quella scuola che non li avrebbe poi irrobustiti abbastanza da contendersi il pane ad armi pari con i propri colleghi? Essi invero pagherebbero per l’inettitudine dei propri insegnanti, anche quando in potenza sarebbero potuti essere il fiore più superbo della giovinezza e dell’umano sapere. Se volessimo poi spostarci un poco più avanti nel tempo, saremmo sicuri che, consolidatasi la reputazione attorno agli istituti, sia effettivamente concessa a tutti la opportunità di scelta verso le destinazioni più ambite, senza che alcun ostacolo, tanto di eccessiva lontananza quanto di mezzi, si frapponga fra lo scolaro ed il suo futuro? Sono questi i punti di frizione, non certo impossibili ad essere lubrificati con l’olio di una opportuna politica pubblica e di un sistema di informazione funzionante, cui si deve porre rimedio, qualora si intenda far salvo il modello einaudiano.

A noi più umilmente, giacché non ci risolviamo a propendere per l’una o per l’altra parte, non resta che ammettere questo: il problema è ancora aperto; segno che il libro che citavamo in apertura, giunge tanto più proficuo nel momento in cui più ardente è il bisogno di domande.

Samuele Crosetti

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

L’opera da cui il presente articolo trae i suoi spunti di riflessione è

G.Pecora, La Scuola Laica – Gaetano Salvemini contro i clericali, Donzelli Editore, Roma 2015, pp. XII – 212.

Note

[i] L.Einaudi, Sulla educazione dei giovani, in Prediche inutili, Einaudi, Torino 1974, p. 133

[ii] A.Galletti – G.Salvemini, La riforma della scuola media, 1908

[iii] L.Einaudi, Il compito degli universitari, discorso tenuto il 22 maggio 1956 in occasione del conferimento della laurea honoris causa presso l’università di Basilea, ora in Prediche inutili, cit., p. 202

[iv]“Solum certum nihil esse certi”. In realtà Plinio scriveva “solum ut inter ista vel certu sit nihil esse certi” (Naturalis Historia, II, 25), mentre la formulazione sopra riportata e divenuta proverbiale è quella che ci perviene da M. De Montaigne, Essais, II, 15, dove probabilmente veniva citata a memoria.

[v]“Qui disciplinam suam, non ostentationem scientiae, sed legem vitae putet, quique obtemperet ipse sibi et decretis pareat” Cicerone, Tusculanae D., IV, 2

[vi] A.Galletti – G.Salvemini, La riforma della scuola media, cit., p.304

[vii] G.Salvemini, Il problema della scuola alla Camera dei Deputati, in Discussioni della Camera dei Deputati, 2 luglio 1920, Tipografia della Camera dei Deputati, Roma 1920, ora in Scritti sulla scuola, a cura di L.Borghi e B.Finocchiaro, Feltrinelli, Milano 1966, p. 929

[viii] G.Pecora, La Scuola Laica – Gaetano Salvemini contro i clericali, Donzelli Editore, Roma 2015, p. 81

[ix] ibid.

[x] L.Einaudi, Scuola e libertà, in Prediche Inutili, cit., p. 19

[xi] Id., Vanità dei titoli di studio, capitolo tratto da Scritti di sociologia e politica in onore di Luigi Sturzo, Vol.II, N.Zanichelli, 1953, ora ne Il Buongoverno, Laterza, Roma-Bari 2012, p. 505

[xii] Id., Scuola e libertà, cit., p. 34

[xiii] Id., Contro il monopolio e non contro la scuola di stato, in Prediche Inutili, cit., p. 147

[xiv] G.Pecora, La Scuola Laica, cit., p. 88

[xv][xv] L.Einaudi, Verso la città divina, articolo apparso sulla «Rivista di Milano», 20 aprile 1920, ora ne Il Buongoverno, cit., p. 34

 

 

 

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