Storie della storia del mondo – Una recensione etica (I)

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Storie della storia del mondo è stato il primo libro che ho letto. In I elementare, mi fu chiesto di portare un volumetto per la biblioteca della scuola e, consultandomi col mio libraio di fiducia, Angelo, scelsi questo. È curioso come piccoli ed insignificanti dettagli della propria vita possano influenzare scelte future: forse è così che da sempre ho avuto una sensibilità classica, forse così che ho optato per il mio liceo, forse in tal guisa che ho affrontato molte situazioni della mia vita.

Non è di questo che mi sono proposto di trattare, purtuttavia ciò aiuta a ricollegarmi al testo stesso: è proprio dall’episodio di una semplice scommessa fra bambini che si instaura fra la madre e i figli l’ occasione del racconto che, come tutti gli autentici dialoghi inter-umani, è forse la più grande opportunità di crescita, sia per chi sembrerebbe insegnare, sia per chi parrebbe avere l’aspetto di discente. < “ Mi racconti la storia di Laomedonte? ”, domandò Leo. E la mamma la raccontò. > (p. 7)

Mi permetto di dividere la trattazione in due capitoli per non appesantire troppo il lettore ed agevolarlo a non perdere altro tempo con la seconda parte – a volte per cortesia si finisce per leggere l’intero testo una volta cominciato, meglio evitare 🙂

In ogni capitolo emerge qualche riflessione etica, una sorta di morale, riconducibile spesso al luogo comune, ma anche, nella sua apparente semplicità, ad argomentazioni di grande profondità, forse difficili per la tendenziale abitudine deontologica ereditata da un bambino, cui è destinato in primis il libro. Un passo esemplificativo potrebbe essere il seguente: < Allora il re Priamo spiegò alla regina Ecuba che un re deve pensare prima di tutto al suo Paese, e poi ai suoi figlioli. “ Quando uno è re ha molti onori, ma anche molti doveri. Sarei un vile se non avessi il coraggio di salvare la mia città a costo di lasciar morire il mio figliolo, e io non voglio essere vile. Soffrire sì, ma essere vile no! “ > (p. 19). Tralasciando la validità o meno dell’ argomentazione contingente per cui il sacrificio del figlio sia necessario a Priamo per salvare la città, mi pare interessante come l’affermazione, per la quale bisogna soffrire ed accettare il dolore pur di non essere ingiusti, accompagni ciascuno in ogni istante della vita di fronte alla propria coscienza e vela assai di malinconia, quasi un’uggia, ripensare a quante volte si preferisca l’ ingiustizia pur di non patire, tradendo così la propria onestà intellettuale.

 È lo stesso dilemma che attanaglia Agamennone nel momento di sacrificare sua figlia:  < “Dobbiamo dunque pensare che preferisci la figlia alla patria? > (p. 117). Non è solo la tematica del fine che giustifica i mezzi, ma la necessaria presa di posizione, la necessaria gerarchizzazione, dei fini stessi che motiva il re: < “ Babbo, tu vuoi uccidermi? È vero? No, non è vero! Di’ che non è vero, babbo! Tu mi vuoi troppo bene per poter pensare una cosa così terribile! Di’ che non è vero! ” “Non è vero! Non è vero! “, gridò il re di Micene piangendo, “ Io non voglio! L’Ellade lo vuole: la dea Artemide vuole da me questo sacrificio orrendo! “ > (p. 121-2). Facendo una piccola forzatura alla lingua, nel mio gioco, Agamennone non desidera farlo, lo vuole: se il desiderio implica soggiacenza alle proprie inclinazioni (e pertanto non è possibile controllarlo se non per mezzo di focalizzazione sulle inclinazioni stesse), la volontà è decisione della propria condotta, la risultante del processo interiore della razionalità della natura, o l’atto libero dell’anima.

 La gerarchizzazione della propria vita porta a far coincidere, in Ifigenia, la sua componente affettiva a quella del dovere e, da personaggio etico che agisce secondo ragione, è felice di rinunciare a un bene per un bene più grande: < “ Perché vivere è bello, ma morire per la patria, è anche più bello” > (p. 122). Un ragionamento corretto, ammesso e non concesso che anche la scala di valori lo sia: è semplicemente onestà intellettuale fare ciò che si reputa giusto, pretendere di fare in concreto qualcosa di buono è presunzione, più o meno fondata; semplicemente sperarlo è atto di fede, ed è qui che, fra l’altro, almeno una piccola parte  di me vorrebbe collocare la mia condotta.

Passando ad altra sfera di significati, mi permetto di spezzare qui. Ma prima un’ultima riflessione. Vorrei ritornare ad un’esperienza autobiografica, ossia un soprannome che ogni tanto mi rifilavano al liceo, “Cassandra”.  < “La figlia del re? Che cosa ne sa lei? È pazza! Chi ci bada alle sue parole? “ > (p. 182). Forse a causa di pecche espositive, di ragionamento, di infondatezza dei contenuti, della loro complicatezza e/o superficialità, in ogni caso mi rendo conto che molto spesso argomentazioni contrarie o quantomeno inadeguate al contesto di riferimento, senza conoscere vivamente la persona che le avanza, possano risultare incomprensibili. Ciò che non si capisce travalica le proprie categorie. Nel merito, invito a riflettere sulle sciocchezze che mi capita di scrivere (ed a quelle dei miei colleghi) poiché per nient’altro lo faccio se non per illudermi di dare un contributo alla coscienza e al bell’inconscio di chi ha la sfortuna di incontrarmi. Quando leggo qualcosa che non capisco penso sempre: è possibile che io sia cieco, che l’autore sia un pazzo, o forse entrambe le cose.

Adesso solo e con cortesia potete farvi una risata.

Arnaldo Mitola

Un ringraziamento al mio libraio Angelo

 

Bibliografia:

ORVIETO L., Storie della Storia del Mondo, Giunti Junior, Milano, 2012.

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