Lettura a programma del vaso François (III) – Ventre e piede

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Arriviamo ora al ventre. Siamo sempre in una posizione di grande rilevanza secondo la topografia simbolica del vaso. Nel lato A troviamo il ritorno di Efesto sull’Olimpo. La figura di Efesto, il dio artigiano, richiama nuovamente quella di Achille, in quanto fu proprio questo dio a forgiare le armi dell’eroe. Efesto era un dio brutto e zoppo; a causa della sua bruttezza, sua madre Era lo aveva ripudiato fin dalla nascita, e così egli aveva covato una grande ira per lei. Un giorno aveva costruito una trappola con catene indistruttibili ma tanto fini da essere invisibili. Aveva sistemato la trappola su un trono offrendolo alla madre in regalo. Questa era caduta nella trappola ed era finita appesa nell’etere. L’unico che avrebbe potuto liberarla era Efesto stesso che, contento della riuscita della sua vendetta, aveva lasciato l’Olimpo. Gli dèi provarono a convincerlo in ogni modo, ma egli fu irremovibile. Addirittura Ares lo affrontò con la spada in pugno ma fu sconfitto. L’unico che riuscì nell’impresa fu Dioniso, che lo convinse con il suo strumento per eccellenza: il vino.

Vediamo dunque Efesto che, dopo aver bevuto con Dioniso, rientra contento sull’Olimpo in pompa magna, cioè seguito da una schiera di Sileni o Satiri (iconograficamente indistinguibili), abituali compagni del dio del vino. Come in tutte le loro, rappresentazioni i Satiri mostrano la loro enorme sessualità, una delle conseguenze del vino, che ha tra gli altri il potere di eccitare l’uomo. Ricordiamo tuttavia che questa enorme potenza sessuale del Satiro non è produttiva ma sterile, e infatti non esistono figli di Satiri. L’ebbrezza generale è tale che perfino l’asino su cui monta Efesto mostra un enorme fallo.

Finalmente nel nostro vaso da simposio troviamo la componente dionisiaca esplicitata. Dioniso riesce a persuadere Efesto a ristabilire una situazione di ordine. Siamo quindi di nuovo di fronte a una situazione di disordine che viene sanato, come si è visto succedere anche nell’episodio della Centauromachia, o della battaglia contro Calidone. Tuttavia l’ordine non è qui riportato da un intervento muscolare, ma da quello di un brutto artigiano, una figura nuova. Da una parte si potrebbe addirittura supporre che, in questa celebrazione dell’artigiano, Kleitìas e Ergotimos abbiano voluto celebrare se stessi: in fin dei conti il vaso è dedicato all’eroe, ma, senza la τέχνη (l’arte nel senso di “perizia”), questa celebrazione dell’eroe non era possibile; dall’altra parte, Efesto rappresenta una caratteristica fondamentale dell’eroe: la μήτις, l’intelligenza. L’intelligenza non è per forza moralmente positiva, ma comprende qui anche l’astuzia maligna che inganna l’avversario. Il campione della μήτις è chiaramente Odisseo. Μήτις è quindi la scaltrezza, l’intelligenza piena di trucchi. Efesto è brutto, zoppo, venuto male, ma ha la μήτις e la τέχνη, e sa fare cose che gli altri dèi non sanno fare; addirittura sposerà la dea più desiderabile di tutte: Afrodite.

Efesto si fa convincere dal vino, e grazie al vino e assieme al vino (che viene portato sulle spalle dai Satiri) sale sull’Olimpo: assistiamo ad una massima valorizzazione e celebrazione del vino. Efesto, che riporta l’ordine, viene celebrato, ma solo nel momento in cui si allea con Dioniso: solo con il vino tornerà sull’Olimpo. Viene quindi fatto un richiamo all’immortalità che garantisce la bevanda. Il vino era infatti, nella concezione greca, il mezzo attraverso il quale Dioniso entrava in noi: l’ebbrezza era il momento di identità con il dio. Dioniso era un dio particolare: smembrato dai Titani, era poi rinato. E allora, attraverso il vino, diventando “secondi Dionisi”, anche noi sopravvivremo alla morte. Nel registro vediamo il vino che fa entrare nell’Olimpo Efesto. Dunque, per quanto brutti e zoppi, grazie al vino si diventa dèi e si entra nell’Olimpo. Non finisce allora tutto con la morte, con la Gorgone, ma un’ulteriore speranza ci è data da Dioniso. Il bere rende immortali ma, ricordiamoci, il bere deve essere un bere saggio. In caso contrario si diventa tracotanti e si viola l’ordine divino e la divinità stessa ci punisce, come è accaduto ai Centauri. Grazie all’esperienza del bere saggio l’eroe supererà la paura della morte, forte della promessa di immortalità.

Nel lato B del ventre è rappresentato l’episodio dell’uccisione di Troilos, il più giovane dei figli di Priamo. Ricompare qui come soggetto l’eroe Achille. Un oracolo aveva predetto che Troia non sarebbe mai stata conquistata se Troilos avesse raggiunto l’età di vent’anni. Un giorno Troilos uscì imprudentemente con due cavalli dalle mura della città per recarsi al tempio di Apollo; presso la fontana che si trovava nel tempio si era nascosto Achille per sorprenderlo. Troilos fuggì con i due cavalli, ma il “piè veloce”, pur senza cavalcatura, lo raggiunse e lo uccise. Questo episodio in cui Achille uccide un fanciullo disarmato non sembra, a tutta prima, molto degno dell’eroe. È inoltre proprio questa azione quasi sacrilega – in quanto compiuta nel santuario di Apollo – che causerà l’ira del dio e la conseguente morte prematura di Achille. Anche Achille morirà a tradimento, così come a tradimento, cioè con l’imboscata, ha ucciso Trolios. Sembrerebbe dunque non essere celebrata l’ἀρετή in questo episodio, ma piuttosto nuovamente la μήτις. Infatti Achille con la sua imboscata, quindi con l’astuzia, permetterà la vittoria dei greci a Troia. In realtà, anche qui è sottolineata la straordinarietà di Achille: egli affronta, sì, un giovane, ma riesce a vincere a piedi un avversario che va a cavallo, anzi che ha addirittura due cavalli. Questa scena rappresenta una caccia all’uomo: come un cane che insegue una rapidissima lepre viene lodato per averla presa, così Achille viene celebrato per la sua incredibile velocità.
In questo registro, se consideriamo insieme i due lati, ci troviamo nuovamente di fronte alla fin troppo celebre coppia contrapposta Apollo-Dioniso. Si potrebbe qui aprire un lungo discorso su questa coppia divina, ma mi limito a dire che, differentemente dalla versione nietzschiana, Apollo non è il principio di razionalità e ordine, ma è una divinità misteriosa – infatti non parla mai direttamente, ma solo per oracoli – e dispensatrice di morte (come abbiamo visto anche nell’episodio della Centauromachia); Dioniso invece è la divinità che, con l’aiuto del vino, riporta l’ordine, riuscendo a convincere Efesto a liberare Era, ed è, per chi rispetta le regole del saggio bere, dispensatore di vita e speranza.

Scendendo, giungiamo all’ultimo registro del ventre. Si tratta di un fregio continuo a soggetto animalista in cui sono raffigurati animali eccezionali: grifoni, leoni e altre bestie che un greco raramente avrebbe potuto incontrare. Sono tutti animali liminari, cioè quegli animali che stanno ai confini del mondo, quelli su cui ha l’autorità la Pòtnia Theròn che abbiamo trovato sull’ansa. Nuovamente il luogo della rappresentazione di queste figure liminari è significativo: siamo vicino alla fine del vaso, ai suoi confini, e poiché, come ormai si è capito, il vaso è un microcosmo, i confini del vaso idealmente rappresentano i confini del mondo. Naturale allora trovarvi le creature che vivono in tali confini. Sotto questo registro, prima di scendere al piede, vediamo dei raggi solari: eccoci giunti al limite delle terre conosciute, là dove il sole tramonta, e da dove manda i suoi ultimi raggi. Cosa ci sarà oltre?

Arriviamo quindi al piede. Normalmente i piedi dei vasi non sono decorati, ma in questo vaso eccezionale perfino il piede ci parla. Su di esso sono rappresentati dei personaggi che combattono, armati di randello, contro enormi uccelli. I soggetti cavalcano capre, e così comprendiamo che in realtà gli uccelli non sono giganteschi, ma sembrano tali poiché piccoli sono i soggetti che combattono contro di loro. Questi cavalieri sono i mitici Pigmei. Abbiamo attraversato i confini del mondo conosciuto, pieni di creature che solo i greci che si erano spinti più lontano avevano visto, e siamo adesso nelle terre mai esplorate, al di là del tramonto, da dove giungono solo racconti e leggende. Si raccontava che il popolo dei Pigmei, cavalcando piccoli animali, come appunto le capre, ogni anno dovesse combattere una guerra durissima contro le gru, in cui spesso aveva la peggio. Le gru collegano questo ultimissimo registro al primo registro del vaso, richiudendo il microcosmo in un cerchio perfetto: richiamano infatti la “danza della gru”, che avevamo visto eseguirsi nel primo registro. I Pigmei sono dipinti sul piede poiché sono le creature che abitano il luogo dove finisce il mondo: si trovano nel punto in cui il vaso si collega con la terra. Se continuassimo a scendere, sotto il piede troveremmo il “sottoterra”, il mistero, la morte.
I Pigmei, pur essendo quanto di più lontano si possa trovare, sono tuttavia dei piccoli eroi, esattamente come Achille e Teseo. Anche i Pigmei, nel loro confronto con le gru, manifestano quel confronto con la morte che è, in ultima analisi, il confronto ultimo dell’eroe: egli alla fine deve guardare in faccia la Gorgone; pur perpetuatosi col canto, con la stirpe, con l’aiuto di Dioniso, deve tuttavia guardarla in faccia. Alcuni hanno sostenuto che questo dei Pigmei fosse un episodio buffo, che vuole suscitare il riso. Al contrario: i Pigmei sono un popolo eroico, e laggiù, al limite con la fine del mondo, combattono la loro estrema battaglia contro la morte. A questa battaglia segue solo il mistero.

Ci sarebbe ancora da dire su questo vaso, o piuttosto altro da dire avrebbe il vaso stesso, già molto loquace. Concludo con un’ultima ipotesi di Torelli. Secondo lui, il vaso potrebbe essere una esaltazione della città di Atene, e propone una visione atenocentrica. Infatti il primo eroe di cui si parla è Teseo, il fondatore di Atene. Teseo, come abbiamo visto, eliminerà i mostri, l’elemento anomico, contrario all’ordine, e in questa sua opera emblematizza la missione di Atene: Atene, come Teseo, si pone come ordinatrice della Grecia, eliminatrice dei mostri. Ci si potrebbe chiedere come mai il programma non sia unitario, ovvero non racconti di un unico eroe. In realtà si racconta effettivamente di un unico eroe: non uno specifico, ma l’Eroe, che riunisce in sé tutte queste figure interscambiabili. Il messaggio parte da Teseo, quindi parte da Atene, ma è un messaggio che vuole parlare a tutti i greci, ed ecco che compaiono altri eroi fino all’eroe nazionale: Achille. Atene si celebrerebbe dunque come fondamento del paradigma eroico greco, e il microcosmo del vaso durante il simposio racconta la completa biografia eroica, dalla nascita, al superamento della paura della morte. Questo percorso culmina, una volta che il vaso abbia prodigata la dolcezza dell’ebbrezza del vino a tutti i convitati del simposio, nel mistero: il mistero dell’“indiamento” dei convitati che hanno bevuto, e il mistero dove termina il cammino di tutti noi.

Beniamino Peruzzi

Bibliografia

Mario Torelli, Le strategie di Kleitìas: composizione e programma figurativo del vaso François, Elects, 2007

https://universitarianweb.com/2014/09/24/lettura-a-programma-del-vaso-francois-primo-registro-de-collo/

https://universitarianweb.com/2014/10/07/lettura-a-programma-del-vaso-francois-secondo-registro-del-collo-anse-e-spalla/

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