Lettura a programma del vaso François (II) – Secondo registro del collo, anse e spalla



François 2

Scendiamo ora al secondo registro. Nel lato A troviamo la Centauromachia, cioè la battaglia tra i Lapiti e i Centauri durante le nozze tra Piritoo e Ippodamia. I Centauri, selvaggi e mostruosi vicini dei Lapiti, erano stati da questi invitati alle nozze, ma, ubriacatisi, avevano cercato di violare le loro donne. Questa vicenda coinvolge anche Teseo, stretto amico di Piritoo, e quindi i greci in generale. La battaglia vide la sconfitta dei selvaggi Centauri, empi traditori del vincolo di ospitalità. Anche la Centauromachia è un’impresa relativamente giovanile di Teseo, e vi troviamo nuovamente il tema del matrimonio. Nella battaglia era intervenuto anche Apollo, manifestazione della divinità che riporta l’ordine della giustizia infranto. È introdotta così, nel nostro vaso, seppur in modo invisibile, la presenza di Apollo, evocato dalla situazione. Insieme ad Apollo vi è un’altra divinità evocata, seppur non presente tra le immagini – una divinità importantissima, considerato l’utilizzo del vaso: il dio del vino, Dioniso. I Centauri violano l’ordine perché si sono ubriacati. Questo incolpa quindi Dioniso e i malefici effetti del vino? Assolutamente no! Se la nostra ebbrezza ci porta a violare l’ordine divino, ciò vuol dire che “beviamo male”. Vi sono infatti due modi di bere: il “bere male”, cioè il bere senza regola, che poi porta a infrangere la regola divina; il “bere saggio”, il bere regolato attraverso cui si ricerca nell’ebbrezza un’esaltazione della vita, con l’aiuto di Dioniso. I Centauri, emblematicamente coloro che “bevono male” e infrangono l’ordine, palesano la loro mancanza di regola anche nell’aspetto: sono infatti metà uomini metà bestie, massimamente lontani dall’ideale greco dell’uomo perfetto, l’uomo καλὸς καὶ ἀγαθός. Allo stesso modo il Minotauro, il mostro del labirinto, era mezzo uomo e mezzo toro, e così questi empi trasgressori del bere saggio non sono meno mostri di quelli del primo registro.

I Centauri ci richiamano la figura del Centauro Chirone, che si collega bene con la lettura dei due episodi del primo registro. Chirone è infatti il primo educatore e tutore di molti eroi nella loro giovinezza che hanno un periodo di apprendistato nei boschi e in regioni selvagge e liminari. Il loro tutore, Chirone appunto, è un essere selvatico ed esotico, non umano, ma ibrido. Chirone rappresenta il piccolo momento di “sauvagerie”, di selvatichezza presente nella costituzione dell’eroe, prima del passaggio all’età adulta. Ecco spiegato il bosco, il labirinto e anche la presenza della sfinge nel primo registro, che abbiamo fin qui trascurato: l’eroe nell’infanzia ha il suo momento di selvatichezza in uno spazio extraurbano, popolato da animali liminari e selvaggi come la sfinge.

In corrispondenza della Centauromachia nel lato B c’è una corsa di cocchi. Si tratta, come ci dicono le didascalie, dei giochi celebrati in occasione della morte di Patroclo. Anche i giochi sul carro sono un esercizio eroico, e infatti a guida dei cocchi troviamo tutti i principali guerrieri dell’Iliade. Da una parte, i giochi richiamano nuovamente l’aspetto giovanile degli eroi con il tema del gioco aristocratico, in cui, come nella caccia, in tempo di pace si esibisce la propria ἀρετή, cioè la propria virtù; dall’altra parte, essendo questi giochi in onore dell’eroe defunto, si affaccia un’ombra: la morte.

Il tema della morte è fondamentale nel messaggio che il vaso ci vuole trasmettere. Mettiamoci ora, per vederci più chiaro, nei panni di un convitato greco che, durante il simposio si fosse avvicinato al cratere. Egli avrebbe dapprima visto i registri sul collo, riguardanti la giovinezza dell’eroe e le sue imprese. Forse avrebbe ignorato quest’ombra che inizia a scendere nei giochi funebri in onore di Patroclo. Quando però fosse giunto alla bocca del cratere per attingere, non sarebbe potuto sfuggire allo sguardo della morte: sulle due anse, raffigurate verso l’interno, stanno due Gorgoni. Il volto della Gorgone, dagli occhi fatali (celebri gli occhi pietrificanti di Medusa) corrispondeva per i greci al volto della morte. Il povero convitato quindi non avrebbe potuto fare a meno di vedere la morte, o vedendo direttamente le immagini delle Gorgoni, o vedendole riflesse nel vino che avrebbe volentieri preso spensieratamente. Il convitato si sarebbe quindi reso conto che la Gorgone, la morte, era in realtà presente fin dall’inizio, anche durante quella selvaggia e spensierata giovinezza degli eroi. È sempre presente, è il definitivo punto di arrivo.

Consideriamo ora la parte esterna di entrambe le anse. Vi troviamo due registri uno sopra all’altro. Su quello superiore è raffigurata una figura femminile alata che stringe nella mani due pantere, su quella inferiore un grande guerriero che procede a fatica trasportando un altro grande eroe con i capelli molto lunghi. Nel registro inferiore la didascalia ci aiuta, facendoci riconoscere Achille morto, trasportato da Aiace, scena che ci rievoca il tema della morte. La figura femminile del registro superiore non ha invece didascalia, ma possiamo riconoscere una dea particolare: Pòtnia Theròn, “Signora degli animali”, una dea orientale delle origini, rappresentata sempre con animali in mano per sottolineare il suo dominio. Pòtnia, nella versione “grecizzata”, è Artemide, ma qui è presentata nella sua originale versione orientale.

Dobbiamo tornare un attimo nei panni del nostro convitato che si è avvicinato al cratere. Dopo aver visto le due Gorgoni, egli si discosta un attimo dall’imboccatura per riconsiderare i registri sul collo che prima aveva considerato solo di sfuggita. Qui nota che i due registri sulle anse si sovrappongono perfettamente ai due registri sul collo: quello di Pòtnia al registro all’impresa di Teseo e a quello di Meleagro; quello di Achille morto al registro dei giochi di Patroclo e della Centauromachia. La Pòtnia, questa dea della natura selvaggia, sta sul primo registro a mostrare lo sfondo su cui si svolgono tutte le vicende che abbiamo raccontato: un mondo selvaggio, extraurbano, denso di pericoli, dove si incontrano mostri. Il punto in cui è rappresentata la Pòtnia è inoltre molto adeguato alla topografia simbolica del vaso: ci troviamo nell’estremità dell’ansa, nel punto più periferico del vaso, e quindi ben adatto a questa dea extraurbana, dea dei confini del mondo, dei territori inesplorati e pieni di mostri. Pòtnia è la divinità ultima, l’ultima giurisdizione divina ai margini del mondo. Per chi oltrepassa tale confine vi è solo un’altra giurisdizione: quella della morte, richiamata da Achille. Neanche l’eroe greco per eccellenza può qualcosa contro la morte. Il registro di Achille dà quindi consistenza all’ombra che emerge dal registro dei giochi funebri di Patroclo. Achille è stato l’eroe che si è spinto più oltre con la virtù, ma non ha potuto nulla contro la morte; Patroclo ha pensato di poterlo uguagliare e ha preso le sue armi, ma si è spinto troppo oltre se stesso ed ha trovato la morte. Se non tacciamo Patroclo di tracotanza, questa è chiaramente richiamata dalla Centauromachia: i Centauri, data la loro forza, hanno pensato di potersi spingere fino a violare le donne dei loro ospiti, e così anche loro hanno trovato la morte. Non c’è quindi speranza? Che si sia eroi o tracotanti, tutti indistintamente saremo ridotti al nulla?

Arriviamo ora al registro della spalla, che è un fregio continuo, il che ci dà una prima spia dell’importanza del suo contenuto. L’importanza di tale fregio ci è confermata dalla simbologia topografica: esso è al centro del vaso, ed è quindi centrale ciò che ci vuole dire. La scena è il corteo nuziale per le nozze di una dea, Tetide, e di un mortale, l’eroe Peleo. Il fregio ci richiama i registri del collo: anzitutto Peleo fu allevato, come molti altri eroi, da Chirone, quindi anche lui ebbe la sua fanciullezza selvaggia; inoltre, dalla sua unione con Tetide, nascerà Achille, l’eroe che abbiamo appena lasciato morto sull’ansa. Ma allora Achille non è morto: c’è dunque una possibilità di salvezza?

Il tema del matrimonio era già presente fin dall’episodio di Teseo, richiamato poi nella Centauromachia. Il matrimonio è, come abbiamo già detto, momento importantissimo poiché rappresenta il fondamento della famiglia, la creazione della stirpe. Questo però non è un matrimonio comune: lo sposo è un uomo, ma la sposa una dea. Dunque la moglie dell’eroe, cioè del giovane aristocratico, deve essere come una dea. Nell’antichità si riteneva infatti che l’autorità derivasse da una protezione particolare conferita dalla divinità. Per esempio, nell’antico oriente la regalità del re era garantita poiché egli era idealmente sposato a una dea. Vi era addirittura una particolare cerimonia di ierogamìa del re, ovvero un rituale nel quale il re si recava nel tempio della sua divinità-sposa e si univa con la sacerdotessa (o in altri casi con la moglie effettiva), che idealmente rappresentava la dea. Parimenti in Grecia, la legittimazione al potere e all’essere eroe veniva dal vincolo del matrimonio con donne partecipanti ad una dimensione divina. Il matrimonio tra Peleo e Tetide rappresenta quindi il matrimonio per eccellenza, il paradigma del matrimonio aristocratico. Da questa unione tra eroe-sposo e dea-sposa nascerà l’eroe più grande: Achille. Ecco dunque una prima risposta contro il nichilismo della morte: l’eroe, Achille, che era morto, rinasce grazie al matrimonio tra un eroe e una dea. Se siamo grandi eroi e compiamo grandi gesta, come Achille, e abbiamo legittimato la nostra grandezza attraverso il matrimonio con una donna divina, riusciremo a sconfiggere la morte: saremo perpetuati sia nella memoria, attraverso il canto del nostro eroismo, sia attraverso la nostra stirpe, cioè attraverso i nostri figli, che saranno nuovi eroi, cioè nuovi Achille.

La conclusione del nostro viaggio nel prossimo articolo.

Beniamino Peruzzi

Bibliografia

Mario Torelli, Le strategie di Kleitìas: composizione e programma figurativo del vaso François, Elects, 2007

https://universitarianweb.com/2014/09/24/lettura-a-programma-del-vaso-francois-primo-registro-de-collo/

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