“Sii libero!” – Paradossi comunicativi dell’ingiunzione e della performatività

Siemiradzki_Christian_Dirce

Si fa spesso un gran parlare della megalomania ostentata da Nerone; fra i tratti che gli si ascrivono il più celebre è forse proprio l’opinione ch’egli manifestava sulle proprie capacità artistiche e sportive, la cui magnificenza era testimoniata dai numerosi premi riportati in tutte le discipline a Roma come in Grecia. Il nostro smaliziato sguardo di moderni giunge ad un’immediata conclusione: è ovvio che vincesse ogni competizione, era pur sempre l’imperatore, famoso per giunta come sovrano irrazionalmente sanguinario.

Eppure, fatto già meno noto, in ogni competizione egli ordinava severamente ai giudici di gara di non operare nei suoi confronti alcun favoritismo: ossia, doveva vincere non in quanto imperatore, come contestualmente era pacifico avvenisse, ma in quanto realmente il più abile tra i partecipanti; egli aveva realmente e profondamente di sé una tanto alta opinione.

Un simile ordine, opportunamente sezionato, si mostra tuttavia originariamente latore d’un paradosso psicologico pragmaticamente paralizzante; questo perché si tratta in verità di due ordini differenti e in reciproca contraddizione, l’uno espresso dal contenuto esplicito del messaggio, l’altro implicito alla risultante dell’interazione tra il messaggio stesso e lo statuto d’autorità del suo mittente:
1) “Giudicate liberamente come se io non fossi l’imperatore”.
2) “Obbedite all’ordine come se io fossi l’imperatore [dal momento che lo sono]”.
In questa situazione i giudici non hanno alcun modo di obbedire a Nerone: per giudicare liberamente come se non fosse l’imperatore devono obbedirgli, ma per obbedirgli devono continuare a giudicarlo come l’imperatore, e, se lo giudicano come imperatore, gli disobbediscono.

D’altronde il suolo concettuale del peculiarissimo statuto d’autorità del monarca assoluto e la performatività implicata nella sua figura hanno dato luogo tanto nella storia quanto nella finzione letteraria a non pochi paradossi di questo genere; ciò non dovrebbe invero stupirci se, come voleva Deleuze, è proprio portando un concetto ai suoi estremi limiti che se ne rivelano le criticità, i punti ciechi, i valori indecidibili.

Ne troviamo ulteriore esempio in un contesto del tutto diverso: il Richard II di William Shakespeare. Nella celebre scena dell’abdicazione, in cui Enrico di Bolingbroke chiede al re se sia disposto a cedere la corona, egli risponde:

“Sì, no; no, sì… Perch’io non son più nulla,
non debbo dire né sì e né no,
perciò no, no: io mi rassegno a te.
Attento ora a come mi disfaccio:
tolgo via dal mio capo questo peso,
dalla mia mano questo scettro incomodo,
dal mio cuore l’orgoglio del potere.
Con le mie stesse lacrime
mi lavo l’olio della sacra unzione.
Di mia mano consegno la corona.
Con la mia stessa lingua
rinnego il mio potere sconsacrato.
Con il mio fiato sciolgo i giuramenti,
rimetto a tutti i voti di lealtà,
ripudio fasto e dignità regale,
rinuncio ai miei castelli, alle mie rendite,
revoco atti, statuti, decreti.”

Si presti particolare attenzione ai primi tre versi: Riccardo non è più nulla, nello stesso rassegnarsi alla forzosa cessione della corona egli non è più re, nulla valgono da parte sua assenso e dissenso; ma allora la stessa cessione della corona, la rinuncia al potere divinamente conferito e a tutto ciò che esso comportava, atti performativi, sono già privi di significato, poiché è la regalità stessa a conferire performatività a quegli atti. Questi manterrebbero un significato solo se egli la possedesse ancora, ma se così fosse  non li effettuerebbe affatto; va da sé inoltre che consequenzialmente l’ottenimento della medesima da parte del futuro Enrico IV è a sua volta del tutto privo di significato in un simile contesto (non a caso, d’altronde, la critica ha ampiamente messo in luce come in questo dramma si consumi il passaggio da un potere monarchico fornito direttamente da Dio ad uno garantito, come lo è quello di Enrico, dal consenso popolare).

Cambiando invece completamente ambito, soffermiamoci sul rapporto tra Franz Kafka e suo padre; ne sono noti i termini generalmente penosi e la colossale portata che essi hanno avuto su tanta parte della produzione dell’autore, tanto da essersi attirati l’attento studio di non poche tra le migliori menti della psicanalisi posteriore (uno per tutti, e con ottimi risultati teorici, Jacques Lacan). In particolare, in alcune sofferte pagine dei suoi diari personali, troviamo un punto di notevole chiarezza non altrove ripetuto, in cui Kafka rimprovera il padre della più efferata forma di lassismo nei suoi confronti, quella consistente, esemplificativamente, nel rispondere ad una richiesta di consiglio: “Fa’ ciò che vuoi”. La prescrizione, che può suonare innocente in termini comuni, si carica di un significato atrocemente gravoso una volta tenuto conto della situazione intercorrente (e rispecchiante, come sembra, una tendenza sempre più diffusa in quei tempi) per quanto concerne le condizioni dell’autorità patriarcale allora: in fase di disgregazione, in un Occidente che stava finalmente iniziando a lasciarsela alle spalle, essa si manteneva ancora in vita come un’autorità vuota (o quasi), dotata ancora del peso accordatogli dalla tradizione ma di contenuti in fase di esaurimento. Una simile prescrizione paterna assume dunque la paradossale forma di una “ingiunzione lassista”: “Sii libero!”, la quale innesca psicologicamente un circolo vizioso in cui l’emancipazione del figlio è impossibile, poiché essa ricalca la volontà paterna, il cui infrangimento e superamento è (già nella psicanalisi freudiana) condizione dell’indipendenza psichica, dell’ingresso nell’età adulta.

Come il lettore avrà intuito, questo breve scritto non intende proporre tesi sostanziali, né tanto meno, per ovvi motivi, argomentazioni in loro favore; quanto qui si è tentato è, attraverso l’accostamento tra esempi eterogenei tenuti insieme più da una certa “aria di famiglia” che da un genere comune logicamente riconoscibile in maniera chiara e distinta, di mettere in luce alcune criticità del linguaggio, e particolarmente di suoi usi specifici, in contesti particolari ma facilmente estendibili ad ambiti più generali; già le Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein ci hanno d’altronde insegnato che le migliori spiegazioni sul linguaggio sono quelle che sfuggendo alla propria natura mostrano, non quelle che seguendola spiegano.

Bernardo Paci

Bibliografia

DELEUZE G., Logica del senso, Milano, Feltrinelli, 2011.
KAFKA F., Diari 1910-1923 (a cura di Max Brod), vol. II, Milano, Mondadori, 1959.
SHAKESPEARE W., Riccardo II in Teatro completo (a cura di G. Melchiori), vol. VII (I drammi storici), trad. di Mario Luzi, Milano, Mondadori (I Meridiani), 1996.
SVETONIO, Vita dei Cesari, Milano, Garzanti, 2008.
WITTGENSTEIN L., Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 2009.

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