LA QUESTIONE DEL MALE NEL PLATONISMO TARDO-ANTICO (II) – I QUATTRO ASSUNTI METAFISICI DEI PLATONICI

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Un’idea che sta alla base del platonismo successivo è che la verità sia già stata tutta espressa da Platone: non resta perciò che comprendere e interpretare quanto egli ha detto. Platone accenna alla questione del male in numerosi suoi scritti e da diversi punti di vista. Se, dunque, vogliamo esaminare le soluzioni date dai platonici a tale questione, occorre considerare alcuni passi particolarmente importanti.

In un passo fondamentale del Teeteto, che è servito da punto di riferimento per tutti i platonici e che dovremo tenere presente, si legge: “non è possibile, Teodoro, che i mali scompaiano – perché è necessario che ci sia sempre qualcosa di opposto al bene – e non è possibile che essi risiedano presso gli dèi; si aggirano invece necessariamente intorno alla natura mortale e a questo luogo. Anche per questa ragione bisogna sforzarsi di fuggire il più rapidamente possibile da qua a là: la fuga equivale all’assimilazione a dio per quanto possibile” (1).

Questo passo è stato continuamente e variamente commentato dagli esegeti. Platone sembra innanzitutto affermare che non ci possa essere dubbio circa l’esistenza dei mali. Assai controverso è però il riferimento alla “necessità che vi sia sempre qualcosa di opposto al bene” per spiegare la presenza dei mali. Chiaro è, invece, quanto immediatamente segue: poiché il male non può trovarsi presso la divinità, che è buona, esso riguarda esclusivamente gli enti “mortali” del mondo sensibile. Al mondo sensibile deve perciò volgersi l’indagine sul male. Controversa è anche la parte finale, che ci parla della possibilità di una fuga da questo mondo a quello divino attraverso “l’assimilazione a dio per quanto possibile”. Di questa parte finale del passo parleremo brevemente alla fine dell’articolo. Adesso invece concentriamoci su questo mondo sensibile, in cui Platone colloca il male.

Per capire quale sia l’idea di Platone sul mondo sensibile, occorre considerare l’opera intitolata Timeo. Nessun dialogo platonico è stato commentato e letto nell’antichità quanto questo. In realtà, è difficile chiamare il Timeo un dialogo, visto che, a parte le prime pagine, l’opera è occupata da un lungo monologo del personaggio Timeo. Nel monologo viene descritta l’origine del mondo sensibile, e poi la sua strutturazione fino alla generazione dell’uomo.

Il mondo è stato creato da un “demiurgo”, un dio artefice buono che lo ha plasmato nel modo migliore, cioè il più simile possibile al mondo ultrasensibile, ovvero il mondo perfetto delle Idee. Ma allora sorge spontanea una domanda: donde l’imperfezione e il male che troviamo nel mondo sensibile, di cui parla anche il passo del Teeteto che abbiamo citato? Il demiurgo – si affretta a rispondere Platone – ha, sì, creato il mondo nel miglior modo possibile, ma non ha potuto rendere la realtà sensibile esattamente identico al mondo delle Idee. A ciò si opponeva, infatti, la materia: le Idee non sono entità materiali, e per questo una copia materiale di un’Idea non può che essere una copia imperfetta dell’Idea perfetta.

Per primi il demiurgo creò ciò che il testo del Timeo chiama “gli dèi”, che sono qui da intendersi come gli astri, ovvero gli enti più perfetti del mondo sensibile. A questi poi il demiurgo ordinò di proseguire la creazione nel mondo sublunare: egli diede l’ispirazione a questa creazione, ma non ne fu lui l’autore. Di conseguenza, se il mondo astrale è imperfetto rispetto a quello delle Idee, benché sia stato generato al meglio possibile dal demiurgo, poiché il mondo sublunare non è stato creato dal demiurgo – benché su sua ispirazione –, ma dalle entità imperfette che egli ha generato, esso sarà ancora più imperfetto. E, infatti, mentre il mondo astrale, pur composto dalla materia, è incorruttibile, in quanto la materia è totalmente controllata dalla ragione, quello sublunare è composto da enti corruttibili e che sono in parte razionali e in parte irrazionali.

Ma allora sorgono le seguenti domande: perché il demiurgo doveva generare il mondo sensibile astrale che inevitabilmente è imperfetto rispetto al suo perfetto modello? E perché ha poi ordinato di creare il mondo sublunare che è ancora più imperfetto – anzi addirittura il più distante dalla perfezione in quanto ultima realtà creata e abitata dal male? E perché non l’ha creato lui, di modo che fosse anch’esso perfetto, invece di delegare il compito a entità imperfette?

Nel Timeo si legge che il demiurgo, dopo aver creato gli dèi (cioè gli astri), disse loro: “Rimangono ancora tre specie mortali che non sono state generate (cioè gli uccelli, i pesci e i terrestri); e, se non nasceranno, il cielo resterà incompiuto, poiché non avrà in sé tutte le specie dei viventi, ma bisogna invece che le abbia, se deve essere compiuto come si conviene” (2). Questa frase è importantissima e ci permette di rispondere alle prime due domande. Infatti, il demiurgo doveva creare il mondo astrale, benché imperfetto rispetto a quello delle Idee, per la stessa ragione per la quale deve essere creato l’ancor più imperfetto mondo sublunare: perché il cielo non sia “incompiuto”, non comprendendo in sé tutte le specie dei viventi. La realtà deve perciò essere completa di tutte le possibili specie viventi. Ma allora può sorgere una domanda più generale che accorpa le due che ci eravamo posti: c’è una qualche ragione per la quale la realtà non poteva essere completa solo con gli intelligibili? In altre parole: perché gli intelligibili non potevano essere ritenuti “tutte le possibili specie viventi”?

Non rispondiamo ancora a questa domanda, ma andiamo avanti a leggere nel testo per rispondere alla terza domanda che ci eravamo posti, cioè perché non sia stato il demiurgo a creare il mondo sublunare anziché delegare il compito a entità imperfette. Scrive Platone: “Se fossero generate e portate in vita da me (è ancora il demiurgo che parla in prima persona) sarebbero uguali agli dèi; perché dunque siano mortali, in modo che questo universo sia davvero una totalità completa, dedicatevi voi, secondo la vostra natura, alla fabbricazione di questi viventi, imitando la potenza che ho messo in atto nella vostra generazione” (3). Ecco dunque la risposta: se il demiurgo avesse continuato la creazione avrebbe continuato a creare dèi, e il mondo sublunare non sarebbe mai stato generato. Infatti, il creare apposta qualcosa in modo peggiore rispetto a quanto si possa fare è un atto malvagio: ma, essendo il demiurgo massimamente buono, avrebbe continuato a generare realtà più perfette possibile, cioè, appunto, altri dèi. Se perciò era necessario proseguire nella creazione era necessario altresì che fossero gli dèi a proseguire, benché su ispirazione del demiurgo. Poiché anche gli dèi sono buoni avrebbero anch’essi generato al meglio delle loro possibilità, ma essendo meno perfetti del demiurgo, non avrebbero potuto produrre che enti ancora meno perfetti: esattamente quegli enti che mancavano per rendere completo il cosmo e che il demiurgo non avrebbe potuto generare direttamente a causa della sua eccessiva perfezione, cioè gli enti corruttibili del mondo sublunare.

Rimane ancora irrisolta però la domanda sul perché la creazione non potesse fermarsi alle Idee: perché l’universo per essere completo ha bisogno di questi esseri sempre più imperfetti fino a quelli massimamente imperfetti del mondo sublunare?

Per rispondere occorre ora esplicitare gli assiomi metafisici impliciti nel Timeo (non solo nella parte che abbiamo letto) e in generale negli scritti platonici. Questi assiomi sono fondamentali per la comprensione del pensiero dei filosofi platonici, poiché sono da loro assunti come base su cui poter costruire la riflessione. Alcuni di essi ci serviranno per rispondere definitivamente alle domande che ci siamo posti in questo articolo, ma tutti ci serviranno quando, nei prossimi articoli, andremo a considerare la soluzione di Plotino e quella di Proclo al problema del male. Elenchiamo dunque questi assiomi in ordine di importanza:

  1. la nozione di principio comporta il monismo: non ci possono perciò essere due principi dell’universo, ma il principio deve essere unico e primo;

  2. la perfezione comporta generazione: un essere, nella misura in cui è perfetto, è generante;

  3. se il generante possiede una determinata qualità, il generato possiede tale qualità in misura minore;

  4. il generato desidera (in senso metafisico) ritornare al principio che lo ha generato.

Possiamo ora rispondere alla domanda che era rimasta aperta. La creazione non può fermarsi alle Idee, cioè esse non possono essere le realtà ultime, perché sono perfette: allora, in base al secondo assioma, in quanto perfette, esse devono essere generanti. Anche gli astri sono perfetti, sebbene, a causa del terzo assioma, in misura minore rispetto alle Idee. Tuttavia, essendo anch’essi in larga misura perfetti, devono generare altro da sé. Il processo di generazione, infatti, deve essere portato fino ai limiti della perfezione: solo allora la generazione ontologica si fermerà.

Il limite del processo, cioè gli enti meno perfetti, siamo appunto noi viventi del mondo sublunare. Anche noi però partecipiamo, sebbene molto poco, della perfezione che ci giunge dal massimamente perfetto principio del Tutto. Per questo motivo, sempre in base al secondo assioma, anche noi generiamo, ma, essendo al limite negativo della perfezione, in noi alla generazione ontologica si sostituisce perlopiù (a parte per quanto riguarda l’arte, cioè la produzione di imitazione) la generazione biologica. Nella generazione biologica non contano più gli assiomi metafisici, e infatti il figlio, per esempio, non possiede le qualità del genitore in misura minore.

Ma noi enti imperfetti del mondo sublunare siamo bloccati nella nostra condizione imperfetta o c’è una possibilità per noi? A questo punto possiamo recuperare la conclusione del passo del Teeteto che abbiamo citato: gli enti devono sforzarsi il più possibile di elevarsi dal mondo sensibile e così facendo fuggirne. Questa fuga “equivale all’assimilazione a dio per quanto possibile”.

Abbiamo visto che noi enti del mondo sublunare partecipiamo, seppur in minima parte, della perfezione del nostro principio. Per questo motivo abbiamo in noi il desiderio di elevarci al di sopra della nostra infima condizione, poiché, come recita il quarto assioma, “il generato desidera ritornare al principio che lo ha generato”. Platone nel Teeteto ci dice che, oltre a questo desiderio di fuggire dal mondo sensibile, ne abbiamo anche la possibilità attraverso “l’assimilazione” a dio, cioè all’intelligibile. Questa “assimilazione” è stata interpretata in vari modi. L’idea più accreditata è che essa si realizzi mediante lo sviluppo della parte razionale dell’anima e, quindi, mediante l’esercizio delle virtù. Questo esercizio rappresenta il dominio della parte razionale dell’anima sulla parte irrazionale e sul corpo. In questo modo, l’anima si distacca dalle passioni e dal mondo sensibile “per quanto è possibile”, appunto, poiché di fatto rimane ancora in questo mondo.

Vi è poi chi (come vari esegeti cristiani) ha sostenuto, in aggiunta, varie riflessioni riguardo al destino dell’anima virtuosa dopo la morte corporale: un’anima che sia riuscita in vita ad assimilarsi “per quanto possibile” a dio, cioè che abbia esercitato in modo pieno la ragione dominando del tutto il corpo e i suoi bisogni materiali, dopo la morte ascenderebbe fino a ricongiungersi con il Dio principio primo di tutto il processo di generazione.

Beniamino Peruzzi

Con amicizia letto da Federica Avagnano

Un sentito ringraziamento al professor Franco Ferrari

Citazioni:

  1. Plat. Thaet. 176 A-B

  2. Plat. Tim.

  3. Plat. Tim.

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