Populismo e democrazia – Da rappresentanza a rappresentazione (Parte II)

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Il populismo nella democrazia rappresentativa liberista

Una volta abbozzata una concettualizzazione di populismo, è possibile riferirsi all’esperienza concreta della nostra democrazia liberista (e non liberale, per i profili che cercherò di porre in evidenza). Procederò dapprima definendo questo tipo di democrazia (e le sue apertura intrinseche al populismo), poi analizzando il processo che ha portato tale sistema ad essere particolarmente fertile a svolte populiste (esasperando, per così dire, una sua componente intrinseca).

Utilizzando una definizione minimale di democrazia liberale quale regime caratterizzato da suffragio universale maschile e femminile, elezioni libere, competitive, ricorrenti e corrette, pluralità di partiti e diverse e alternative fonti di informazione[1], è possibile riscontrare nel regime democratico la peculiarità che il detentore del potere decisionale (i.e. la maggioranza) non può agire liberamente ma è costretto da vincoli costituzionali posti a garanzia della minoranza (Kelsen)[2].

Recentemente, soprattutto in Italia, vi sono state politiche da parte dei governi volte a rivedere questo sistema garantista in nome dell’efficienza, dell’agilità e velocità nel prendere decisione a danno del sistema parlamentare, ritenuto “inutile”, ed in nome di una “sostanziale legittimazione del diritto della maggioranza a decidere per tutti” (Sorice). Come sostiene Buchanan[3], posare l’accento sull’efficienza del processo decisionale è un’esigenza stessa della trasformazione democratica, che porta di pari passo ad un progressivo abbandono da parte dello Stato dell’intervento in economia: nello sforzo di raccogliere il consenso popolare, i politici, nel tempo, hanno prodotto e producono inesorabilmente debito pubblico. La rappresentanza sociale e politica è posta in secondo piano rispetto all’agilità dei processi decisionali: l’ago della bilancia nel contemperamento fra garanzia ed uguaglianza fra i cittadini da un lato, e efficienza e “libere opportunità” dall’altro, è chiaramente spostato sulle seconde a danno delle prime. Questo approccio neo-liberista, adottato anche a livello comunitario, non è che “una necessità funzionale per le nuove élite oligarchiche” (Sorice)[4].

Le conseguenze di tale impostazione sono la perdita della centralità del Welfare State e del ruolo dei partiti, che abbandonano una dimensione di appartenenza ideologica e di militanza e tendono a essere basati su una politica di “professionisti”, che necessita di grandissime quantità di capitale assicurate solo dal ricorso a risorse private. Il passaggio fondamentale è “dal protagonismo di militanti e simpatizzanti alla centralità dei sondaggi d’opinione ed a leader mediaticamente efficaci” (Sorice). Lo Stato diviene un mero fornitore di beni e servizi (compresa la sicurezza), uno fra i tanti attori del mercato. Non sorprende che anche negli Stati Uniti, nella sentenza Burwell v. Hobby Lobby, Inc.[5], si sia concesso ad una compagnia for-profit di derogare a norme statali per il credo religioso dei suoi componenti: con la frammentazione culturale, si chiede al mercato di autoregolarsi con norme comuni ma proprie, lasciando ai vari attori “libere opportunità” il più possibile non soggette a vincoli statali. La legittimazione dello Stato stesso agli occhi della popolazione è sempre meno ideologica: non vi è più una collettività che si propone di essere una comunità di persone libere, uguali e solidali (questa è l’essenza della democrazia liberale), ma una società multietnica ed individualistica che basa le sue relazioni sul consenso contrattuale (in ambito politico si può usare il termine di commercializzazione della cittadinanza ), secondo logiche di “acquirente-fornitore” (individuo il passaggio fra democrazia rappresentativa liberale a democrazia rappresentativa liberista nella rottura dell’equilibrio libertà-uguaglianza a favore della prima).

Un ulteriore passaggio è dato dalla presidenzializzazione della politica, funzionale in organizzazioni che non hanno interesse a rappresentare una società ma a creare consenso riguardo ad una serie più o meno ampia di policies[6]: i partiti divengono macchine di potere, taxi, per lo più controllati da oligarchie. Questo insieme di elementi provoca un allentamento dei vincoli identitari, accentuato da un’alfabetizzazione e cultura diffusa, dalla mia prospettiva da intendersi come “perfezionamento dei singoli nella propria scala di priorità nell’inserire e perseguire i propri bisogni”[7].

Per ultimo, un non secondario ruolo spetta ai media che favoriscono e possono legittimare logiche di personalizzazione (ci si entusiasma di fronte ai personaggi, alla maschera, più che alla persona), addirittura svolte plebiscitarie: in summa, un legame diretto fra leader ed elettorato. Siamo arrivati alle conclusioni: che cosa sono questi elementi se non fattori di fertilità per il populismo? “La deriva plebiscitaria si accompagna all’emersione di linguaggi e tendenze populiste” (Sorice).

E’ proprio il sistema in cui siamo inseriti che favorisce tendenze populiste: la centralità dei media in questo sistema è esasperata: la politica come “realtà di secondo livello”[8] è quanto mai più evidente e permeante la vita di tutti i giorni. Tutto ciò è dovuto ad un insieme di fattori, politici e tecnici, ad esempio: la commistione fra industria dello spettacolo e politica; il fatto che il pubblico richieda al politico più che proposte concrete (fra l’altro difficilmente comprensibili dai più), il fatto di essere un buon istrione, una buona maschera; le forme di delegittimazione della democrazia tradizionale; la commercializzazione della cittadinanza; il disallineamento ideologico dovuto alla preferenza dei cittadini nelle proprie scelte politiche di altri fattori rispetto all’ideologia, per esempio motivazioni economiche, personali ed emozionali.

In summa: “La democrazia del pubblico rifiuta la rappresentanza a favore della rappresentazione” (Sorice). Che cos’è un leader populista se non un attore?  Non solo è una maschera attraverso le televisioni o internet, ma anche attraverso la piazza stessa. Il comizio non è dissimile, da questo punto di vista, dalla finzione scenica che interpone un velo di a-personalità fra politico e cittadino. L’elemento peculiare è proprio il fatto che il populismo si nutre di un rapporto personale con le masse proprio utilizzando strumenti che in realtà allontanano da un rapporto personale creando l’illusione di averlo.

Il populismo, però, non è che una (e patologica) delle possibili risposte ad una delle più importanti istanze della nostra contemporaneità politica: esso è anche sintomo dell’esigenza di maggiore partecipazione da parte dei cittadini. È proprio nella consapevolezza di essere portatori di interessi e nell’impossibilità pratica di partecipare alle decisioni concernenti la propria vita che va individuata la causa della frustrazione del cittadino che porta molti individui a rifugiarsi nell’apatia o nel rendersi partecipi di una leadership di cui neanche loro hanno un chiaro referente in testa. Unita ad una situazione di crisi economica (da sempre fertile a svolte populiste, come nella Repubblica d Weimar con Hitler), dove la possibilità di realizzazione di questi bisogni è vista comprimersi, l’esigenza di risposte porta gli individui al più scontato degli errori: dar risposte semplici a problemi complessi e credere nell’azione salvifica di personaggi che appaiono sicuri di sé e del cambiamento, cosa che riescono a trasmettere, illusoriamente, anche al cittadino.

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Conclusioni

Stabilito a che frangia di significati ci si riferisce qui con il termine populismo, e visti i profili che lo legano indissolubilmente al tipo di democrazia che stiamo vivendo e vogliamo vivere, mi permetto qui alcune riflessioni conclusive che cerchino di fare il punto della situazione e che aprano a nuovi orizzonti concettuali.

Vorrei innanzitutto porre in evidenza come la politica stessa, per sua natura, si presti di per sé a porsi con linguaggi populisti. Le decisioni del mondo politico, soprattutto quelle strutturali ed economiche (si pensi alla gestione del debito pubblico italiano) sono di una complessità tale che, ritengo, soltanto una ristrettissima parte della popolazione è in grado di comprendere e dare valutazioni ponderate. Individuo due essenziali fattori: uno tecnico e l’altro legato all’utilizzo del tempo. Il primo è dovuto al livello di preparazione culturale (spesso inadeguata), il secondo, e più importante, è dovuto a quello legato al costo delle informazioni (che potrebbero astrattamente supplire alle deficienze di base). Quanto tempo dovrebbe un cittadino poter spendere per arrivare a un livello di comprensione tale di fenomeni complessi da poter avere un’opinione autenticamente informata? Troppo, considerati gli oneri di vita, anche e soprattutto lavorativa, che ognuno di noi ha. Qui entra in gioco un ruolo intrinsecamente semplificatorio della politica come percepita dall’elettore e dal cittadino. Anche io, confesso, se mi chiedessero un parere sulla situazione economica dell’Italia in questo momento, non potrei che dare un’opinione semplificatoria perché semplice alla radice; e sono comunque uno studente universitario, in ogni caso rientrante in una minoranza intellettuale.

Posto questo profilo, è opportuno porre in evidenza un secondo elemento del populismo, “il metodo emozionale” che parla alla pancia dei cittadini. Qui ci si espone ad un problema sistemico. La democrazia, per quanto diversamente declinata, si fonda sull’affidare le decisioni politiche (legislative, esecutive e giudiziali) alla riconducibilità alla volontà popolare. Più nello specifico, il politico detentore del potere decisionale[9] deve ricercare il consenso popolare per essere eletto ed ha di fronte una platea che vuole essere rassicurata e tendenzialmente non ha le categorie mentali per comprendere e apprezzare discorsi complessi: si pensi a un politico che entri nel dettaglio del quantitative easing della BCE. Se al politico è richiesto un linguaggio semplice, esso è chiamato ad avere una disonestà intellettuale o ad essere incapace lui stesso. Considerato che un leader è seguito quanto più è convinto di quello che dice, o davvero è un buon attore, o lui stesso non è tenuto a comprendere realmente quanto sta dicendo. Considerato il sistema proposto nelle sezioni precedenti, non mi sorprenderebbe la seconda opzione (chiamiamola “teoria del deficiente”).

Ultimo profilo è quello, come accennato nella sezione precedente, del desiderio dei cittadini di partecipare alle decisioni che gli concernono. Il problema è antropologico: si è interessati a prendere decisioni, ma disinteressati all’acquisizione (con relativa perdita di tempo) di strumenti idonei a farlo. Tutti sono in grado di comunicare i propri desideri e bisogni. Pochi sanno porli in un contesto di socialità. La sfida politica è proprio questa, passare da una cultura di individui portatori di istanze individuali (con meno complessità ma di questo anche un gatto è in grado), a una collettività di persone consapevoli di vivere in un sistema caratterizzato da risorse scarse ed esigenze potenzialmente infinite. Da una politica che preme sul soddisfacimento delle esigenze dell’elettore, ad una politica che aiuti a fornire gli strumenti per fare una sintesi di interessi non solo a livello istituzionale, ma anche a livello individuale.

Per concludere, tracciate le linee essenziali del “populismo”, vorrei porre in evidenza come esso sia un fenomeno connaturato nell’esperienza della natura umana e presenti profili antropologici non eludibili se non attraverso un giudizio valutativo invece che attraverso un approccio meramente funzionale (gli aspetti procedurali e tecnici sono importanti, ma è proprio nella scelta degli stessi – dovuta ad una valutazione – che si creano gli aspetti sostanziali di un sistema: si pensi a quanto il giudizio valutativo della giustizia di un processo dipenda da come esso è strutturato): una vecchia signora fiesolana mi ha reso partecipe di questo detto toscano, che mi permetto di edulcorare: “è inutile che cerchi di mettere le cose in testa alle persone, loro preferiscono che tu gliele metta in tasca”. L’occasione che si presenta con l’attuale crisi istituzionale non è quella di inneggiare a una politica da pifferai di Hamelin, ma di riequilibrare il potere decisionale e rendere consapevoli i cittadini della propria “sfera di signoria” sulla realtà che in una società insieme si vive.

Arnaldo Mitola

Un ringraziamento a Bernardo Paci

Con amizizia letto da Bernardo Paci 

[1]SORICE M., I media e la democrazia, Carocci Editore, Roma, 2014 pp.15 ss., per colorare di significato i concetti utilizzati qui. La seguente riflessione si basa, poi, sui dati ivi esposti.

[2]Id. p.18. Di qui i principi di legalità nell’azione dell’esecutivo e l’attenzione garantista della nostra Costituzione nei confronti del cittadino.

[3]Id. p. 19.

[4]Qui tornano inevitabilmente alla mente le riflessioni marxiste su struttura/sovrastruttura e i sistemi di produzione.

[5]http://www.nytimes.com/interactive/2014/06/30/us/annotated-supreme-court-hobby-lobby-contraception-decision.html?_r=0, come disponibile 20-05-15.

[6]“Programmi, leggi e azioni politiche finalizzate alla gestione dello Stato” (Sorice).

[7]Non nascondo una mia perplessità nell’interpretazione dello sviluppo culturale che, più che nella gestione dei propri bisogni – qui sta per me il vero progresso – si basa sul soddisfacimento degli stessi – a quello son buoni anche gli animali. Come Spartaco nel film di Kubrick, anche io tengo duro: “io non sono un animale!”.

[8]Nimmo-Combs: raramente incontriamo o conosciamo direttamente i politici, soprattutto a livello nazionale, ma la loro immagine ci è filtrata dai media.

[9]Non mi soffermo in questa sede fra le differenze fra i vari sistemi democratici ed i vari poteri all’interno degli Stati.

Riferimenti

COTTA, D. DELLA PORTA, L. MORLINO, Scienza Politica, Il Mulino, Bologna, 2001.

LE BON G., Psicologia delle folle, TEA, Milano 2004.

SORICE M, I media e la democrazia, Carocci Editore, Roma, 2014.

https://universitarianweb.com/2014/11/12/populismo-unanalisi-minimale/, come disponibile 20-05-15.

http://www.treccani.it/vocabolario/populismo/, come disponibile 20-05-15.

http://www.nytimes.com/interactive/2014/06/30/us/annotated-supreme-court-hobby-lobby-contraception-decision.html?_r=0, come disponibile 20-05-15.

http://it.wikipedia.org/wiki/Populismo, come disponibile 20-05-15.

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