Populismo – Un’analisi minimale

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Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad un cospicuo riflusso del populismo, anche nell’Europa che pareva oramai averlo abbandonato ai margini della propria storia. Com’è naturale, il suo rinnovato ingresso sulla scena politica nazionale ed internazionale ha immediatamente rivitalizzato anche la sua presenza nel dibattito culturale; tuttavia, come d’uso, la sovrabbondanza di informazioni e di opinioni reciprocamente contrapposte tanto tipica della società contemporanea, caratterizzata dalla comunicazione di massa, rischia di sfociare in atroce confusione, facendo sì che pur parlando dei medesimi fenomeni con le medesime parole non si stia effettivamente considerando il medesimo riferimento reale, vanificandosi così qualsiasi dibattito e qualsiasi lucida azione politica. Tentiamo allora qui di analizzare il concetto di populismo auspicando di poter raggiungere un certo grado di chiarezza.

Si parla normalmente di populismo riferendosi ad una certa prassi pubblica, solitamente condotta da un leader politico, consistente nell’aggirare i normali canali istituzionalizzati dello Stato instaurando un rapporto diretto e personale con il popolo, che viene in tal modo, per mezzo del leader (e del suo partito o movimento), incluso e coinvolto in maniera immediata nella politica dello Stato medesimo. In tal senso, secondo un uso facente capo al fondatore della psicologia delle masse, Gustave Le Bon, si è soliti collocare la data di nascita del populismo contemporaneo nell’età napoleonica, essendo stato proprio Napoleone Bonaparte, attraverso un sapiente sfruttamento della propaganda e dei plebisciti, il primo capo politico a dar vita ad una mobilitazione permanente delle masse popolari attraverso il cui consenso fornire sostegno e vera e propria difesa al proprio potere, laddove in precedenza le classi dominanti avevano sempre tentato piuttosto di mantenere le popolazioni nella passività e nel disinteresse nei confronti della politica.

Volendo tuttavia evitare quella “idolatria delle origini” che tanto aspramente Marc Bloch rimproverò alla cultura europea, è necessario da subito prendere atto del fatto che da allora il concetto di populismo, attraversando numerose e varie realtà storiche, si è arricchito di molte ulteriori determinazioni, ignorare le quali significherebbe minare alla radice ogni reale tentativo di una comprensione organica. Se i suoi aspetti già enunciati ebbero modo di accentuarsi nel corso del XX secolo (tanto da divenire, in alcuni casi, vero e proprio totalitarismo), ingenerando fenomeni, ad esempio il culto del capo nelle dittature nazifasciste, nell’URSS di Stalin e nella Iugoslavia di Tito, ne abbiamo altri completamente nuovi.

Tra questi il più importante è forse lo sviluppo di una vera e propria ideologia della società civile che ci è dato rintracciare in pressoché ogni populismo degli ultimi cent’anni: essa si estrinseca in una concezione della società stessa come di un corpo in sé perfetto, in cui ciascuna mancanza o malfunzionamento deve essere, di conseguenza, necessariamente interpretata come effetto d’un agente malevolo (relativamente) esterno, di un intruso che intenzionalmente e materialmente provochi tali mancanze. Riformulando meglio questo discorso, diremo allora che la caratteristica più propria del populismo contemporaneo è il rifiuto completo della dimensione strutturale e consequenzialmente dell’esistenza di ogni possibile mancanza strutturale: ogni imperfezione presente è tale perché un soggetto ve l’ha posta secondo la propria libera volontà. Di conseguenza l’unico modo per risolvere tali mancanze diviene l’eliminazione (non di rado fisica) o l’allontanamento forzoso dei responsabili; responsabili che esistono necessariamente, poiché altrimenti verrebbe meno, in ottica populista, ogni possibilità di spiegare qualsivoglia fenomeno. Gli esempi storici fioccano: gli ufficiali traditori e i non ariani (e particolarmente, com’è noto, il popolo ebraico) per Hitler, i controrivoluzionari, kulaki e “sottokulaki”, per Stalin, i marxisti e in generale i pensatori di sinistra per il movimento maccartista, i “comunisti” (nella sua personalissima quanto larghissima accezione) per Berlusconi, meridionali, stranieri e politici corrotti per la Lega Nord delle origini, i “ricchi” per Chavez (caso molto raro di populismo non autoritario di sinistra), la “casta” politica per Grillo e il Movimento Cinque Stelle, e così via.

Quanto ne risulta è dunque, col rifiuto della dimensione strutturale, il rifiuto di ogni spiegazione complessa, che viene a questo punto interpretata come un inganno, dal momento che ne esiste una più semplice, ovvero che sia colpa diretta e senza appello del nemico X. In termini razionali un simile fenomeno segna chiaramente una forte regressione del pensiero, che giunge così a rassomigliare piuttosto da vicino a quelle antichissime forme di religiosità animistica, indagate già da Frazer, all’interno delle quali si riconduceva ogni fenomeno esperibile all’azione volontaria di un soggetto cosciente psicologicamente omologo ad un essere umano. Tale aspetto è essenziale, e ci ricorda che la “psicologia del populismo” non va interpretata tanto come un vago irrazionalismo (che pure fa parte delle sue forme di comunicazione, miranti a parlare “alla pancia del popolo”), il che significherebbe piuttosto fare abdicazione alla nostra capacità di comprenderlo, ma come dotata di una logica a sé stante, di un linguaggio propriamente differente.

Chiarificato questo punto, possiamo inoltre rilevare la parentela concettuale che sembra legare piuttosto strettamente tale aspetto fondamentale del populismo al recente dilagare, alimentato dai mezzi offerti dal web, delle teorie del complotto, che si basano su una logica, se non identica, molto simile, connotata a sua volta dal rifiuto della dimensione strutturale e dalla conseguente necessaria ricerca di un colpevole, ovvero la costruzione di un nemico. Potremmo allora persino giungere a dire che le teorie del complotto non siano altro che una forma estrema di questo fenomeno, in cui, in particolare, si accentua fortemente la “dimensione fantastica”, tanto che il nemico può addirittura, in questi casi, essere inventato di sana pianta, senza alcun tipo di prova non tanto delle sue responsabilità, quanto della sua stessa esistenza.

Vediamo ora, in chiusura, di comprendere il fenomeno populista non più in se stesso, ma calandolo all’interno di una contestualità storica: il populismo infatti non è una malattia, ma un sintomo. Per la precisione, esso si sviluppa con maggior rigoglio in quei periodi storici di crisi in cui i vecchi paradigmi con cui si era soliti guardare al mondo si sono infranti e quelli nuovi sono ancora in fase di formazione: tale temporanea cecità, in cui alla necessità urgentissima di soluzioni pratiche s’accompagna l’incapacità di fornirne per la deficienza di strumenti teorici adeguati, funge da vero e proprio terreno di coltura per i populismi, che si incuneano nel dibattito pubblico come i portatori d’una verità chiara e semplice, capace di esprimere i bisogni della popolazione, laddove le analisi più complesse si trovano in un impasse e sembrano anzi con quelle necessità non volersi neppure misurare.

Il tutto resta nondimeno illusorio: la realtà è complessa (su questo credo che tutti potremmo convenire), genera problemi complessi, che richiedono soluzioni complesse. Se qualcuno ne prospetta di semplici, di ovvie, si muove ancora e sempre tra le due possibili conclusioni della critica psicologica illuministica (nella versione di Peter Sloterdijk): disonestà intellettuale da una parte, incapacità di comprendere dall’altra.

Bernardo Paci

Bibliografia

BLOCH M., Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino 2009.
FRAZER J., Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, Torino 1990.
GRAMSCI A., Gli intellettuali, Editori Riuniti, Torino 1975.
LE BON G., Psicologia delle folle, TEA, Milano 2004.
SLOTERDIJK P., Critica della ragion cinica, Raffaello Cortina, Milano 2013.
ZIZEK S., Vivere alla fine dei tempi, Ponte alle Grazie, Firenze 2011.

Immagine

http://www.giuliocavalli.net/2011/08/30/la-brutta-favola-di-re-b-e-la-manovra/

2 risposte a “Populismo – Un’analisi minimale

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