Vita di Galileo – Speranza nella scienza e nell’uomo

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Per parlare dell’opera di Bertolt Brecht Vita di Galileo occorre prima di tutto porsi una domanda fondamentale: chi era Bertolt Brecht?

Brecht nacque in Germania nel 1898, e si trovò perciò a vivere in un’epoca molto difficile a causa di un susseguirsi di guerre. Fin da giovane si distinse per il comportamento anticonformista e polemico, che caratterizzerà la sua produzione letteraria. Questo comportamento troverà espressione in una forte critica contro la guerra, in una società nella quale era invece grandemente propagandata.

Una seconda domanda ci sorge spontanea, prima di addentrarci nell’opera: perché Brecht avrebbe deciso di scrivere un’opera proprio sulla vita di Galileo? Che legame ci può essere tra Brecht e Galileo?

Forse è proprio a causa di quella personalità anticonformista e polemica che abbiamo detto essere propria di Brecht: anche il grande Galileo, infatti, risultò nella sua epoca del tutto distaccato da quello che era il “vedere” comune. Il grande scienziato aveva cercato di mostrare qualcosa che il suo tempo non accettava in nessun modo, così come la società in cui visse Brecht era governata da visioni chiuse, che andavano infrante e superate (l’opera fu infatti concepita nel 1938, durante l’esilio danese in fuga dal nazionalsocialismo; poi venne rivisitata nel 1947, dopo lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, e una seconda volta nel 1957-’63). Nella scelta di dedicare un’opera a Galileo, forse possiamo leggere una personale speranza: come a noi pare oggi alieno il comportamento di chi, all’epoca di Galileo, ha criticato la posizione del grande scienziato, forse, allo stesso modo, saranno un giorno giudicate tali le posizioni conformiste contro cui Brecht volge la sua critica. Forse, come è arrivato il giorno in cui nessuno potrebbe negare che la Terra giri intorno al Sole, giungerà anche il giorno in cui nessuno potrà sostenere che sia giusto uccidere un altro uomo facendogli guerra.

Veniamo, ora, a considerare l’opera. La Vita di Galileo che Brecht scrive non è una biografia dell’uomo Galileo Galilei. Quella che porta in scena l’autore è una vita dello scienziato Galileo: quello di cui si parla sono le vicende che hanno portato Galileo a essere ciò che per noi significa propriamente “Galileo”.

L’esperienza di Galileo lo porta a contatto con diverse dimensioni antropologiche che vengono da Brecht messe sul palcoscenico. L’unica connotata positivamente è quella di cui lui stesso fa parte: la categoria di quelle rare persone che accettano di stupirsi di fronte alla realtà, non rimangono chiusi nelle proprie posizioni ma indagano, scoprendo lentamente delle piccole, o grandi, verità. Vorrei però concentrarmi su quelle che ritengo poter essere le due categorie principali: l’uomo che non vuole vedere, e rifiuta di indagare ciò che va oltre i propri dogmi; l’uomo che, pur vedendo coi propri occhi qualcosa che si distacca dai propri pensieri e convinzioni, tuttavia preferisce sacrificare l’evidenza piuttosto che questi ultimi.

Una scena emblematica che vede Galileo in contatto con la prima di queste due categorie è l’incontro in casa di Galileo con il Granduca Cosimo II de’ Medici ed i sapienti della sua corte. Tra di loro troviamo un filosofo e un matematico, che, indisposti a guardare coi loro occhi nel telescopio, pretendono di iniziare una disputa “secondo le regole” per comprendere come possa essere possibile, all’interno dell’universo immutabile descritto dal divino Aristotele, l’esistenza di stelle ruotanti intorno al pianeta Giove. I discorsi che Brecht mette in bocca alle due figure le rendono quasi delle caricature, come si può vedere nel seguente passo:

“Filosofo: Grazie, figliuolo. Ma ho paura che non sia una faccenda tanto semplice. Prima di far uso del vostro celebre occhiale, signor Galilei, gradiremmo la cortesia di una disputa. Tema: questi pianeti possono realmente esistere?

Matematico: Una disputa secondo le regole.

Galileo: Permettetemi un consiglio: cominciate col dare un’occhiata e vi convincerete subito.

Andrea: Qui, prego.

Matematico: Certo, certo. – Naturalmente voi sapete che, secondo l’opinione degli antichi, è impossibile che esistano stelle ruotanti intorno a un punto centrale diverso dalla terra, nonché stelle mancanti di un sostegno fisso nel cielo?

Filosofo: E, a prescindere dalla possibilità che tali stelle esistano, possibilità che il matematico sembra porre in dubbio, desidererei, nella mia modesta qualità di filosofo, rivolgervi un’altra domanda, e cioè: sono queste stelle necessarie? (…) L’universo del divino Aristotele, con le sue sfere e calotte di cristallo misticamente canore e il moto circolare dei suoi corpi celesti e l’obliquo angolo del corso del sole e i misteri delle tavole dei satelliti e le innumerevoli stelle del catalogo dell’emisfero australe e l’illuminata architettura del corpo celeste, forma una costruzione di sì grande ordine e bellezza, che dovremmo sentirci esitanti al pensiero di turbare tanta armonia.

Galileo: E che avverrebbe se Vostra Altezza potesse ora osservare quelle stelle impossibili e non necessarie per mezzo di questo telescopio?

Matematico: Si potrebbe essere tentati di rispondere che un occhiale che ci mostra cose poco probabili, non può essere che un occhiale poco attendibile, nevvero? (…) Sarebbe molto più utile alla discussione, signor Galilei, se voi ci esponeste le ragioni da cui siete indotto a supporre che, nella suprema sfera dell’immutabile cielo, possano darsi stelle ruotanti liberamente.”

Nonostante questi uomini siano a un passo dalla verità, essi si rifiutano di vederla, accettando di sentire solo ciò che è già incluso nella loro sfera di convinzioni. Nell’opera emerge, quindi, uno squilibrio tra l’importanza della fede, intesa come insieme di incontrastabili certezze, e l’importanza della ragione e della fiducia nelle proprie capacità di apprendere come è strutturato il mondo che ci circonda ignorando i presupposti che si possono avere. Vedere le stelle medicee, che non dovrebbero esserci secondo il sistema tolemaico (eppure ci sono: “e pur si muove!”), significherebbe trovarsi a contatto con tutto ciò che comporta: ammettere quindi che il divino Aristotele, la Chiesa con tutti i suoi fedeli, hanno commesso un errore; quelle verità assolute sarebbero sbagliate, distaccate dalla realtà.

Brecht ha particolarmente a cuore la critica a questa categoria di persone, che possiamo ritrovare in varie sue opere. Fin da giovane in un tema riguardante il verso oraziano “Dulce et decorum est pro patria mori” (è dolce e dignitoso morire per la patria) ne scrive un’aspra critica: “Tale detto può essere considerato solo come propaganda con determinati fini (…). Solo degli stupidi possono essere così vanitosi da desiderare la morte, tanto più che pronunciano simili affermazioni quando si ritengono ancora ben lontani dall’ultima ora. Ma quando la morte si avvicina ecco che se la squagliano con lo scudo in spalla, come fece nella battaglia di Filippi l’inventore di questa massima”. Brecht critica quindi coloro che elogiano la guerra ignorando che sia fonte di morte e di povertà (argomento che si ritrova anche nella sua poesia La guerra che verrà) e che quando poi si ritrovano dinanzi alla morte scappano; tali sono gli uomini che parlano di verità e che quando finalmente hanno la possibilità di osservarla con i loro propri occhi scappano, rifiutandosi di guardare il cielo dal telescopio.

Brecht presenta quindi l’uomo che non riesce a dare un senso alla propria vita, se non attraverso il tentativo di porsi al centro, sentendosi dunque privilegiato, sotto a un Dio che dall’alto lo guarda e gli dà la sua approvazione. È una fede che ha anche un carattere protettivo: l’uomo vuole sentire vicina la presenza di Dio e riceverne la protezione dall’alto.

Un altro argomento che emerge nel passo dell’opera citato precedentemente è la necessità di conoscere la scienza: “sono queste stelle necessarie?”, chiede il Filosofo. Il no categorico con cui risponde consegue dalla citazione di Aristotele che descrive un universo bellissimo, un’armonia che non può essere turbata. Eppure queste stelle ci sono, Galileo le ha viste, anche il filosofo lo potrebbe fare; ma quali sarebbero le conseguenze? Gran parte della preoccupazione di tutte le persone che non vogliono ammettere la veridicità delle scoperte galileiane è dovuta proprio al timore delle conseguenze. È spontaneo allora domandarsi quale sia effettivamente il comportamento che uno scienziato deve avere nei confronti delle proprie scoperte: la scienza può essere una minaccia? Il messaggio di Galileo all’umanità è quello di cercare di fare della scienza un bene, utilizzarla nel miglior modo possibile. Ma di chi è questa responsabilità? È davvero dello scienziato? Brecht stesso, riflettendo su questo argomento, ne Il teatro sperimentale scrive “…le grandi invenzioni, le grandi scoperte stanno diventando una minaccia sempre più terrificante per l’umanità; e non per nulla ognuna di esse viene accolta con un grido di trionfo che subito si converte in un grido di terrore”. Poco dopo la bomba atomica verrà utilizzata per distruggere Hiroshima e Nagasaki, il mondo si ritroverà davanti al pericolo immenso che la scienza può costituire. Einstein dirà che il problema non è l’energia nucleare, ma il cuore dell’uomo: lo scienziato non può calcolare le conseguenze positive e negative che le sue scoperte potranno avere prima ancora di farle, altrimenti non ci sarebbe più ricerca, si rimarrebbe bloccati. La responsabilità di gestire bene le conseguenze che qualsiasi scoperta può avere forse allora è nelle mani di coloro che ne faranno uso; l’umanità non dovrà accogliere le scoperte con un grido di terrore, ma con la speranza che queste possano fare del bene, come dice Galileo nel suo discorso finale dell’opera: “il voto solenne di far uso della scienza a esclusivo vantaggio dell’umanità!”.

Ci rimane da parlare della seconda categoria di uomini, coloro che vedono ma si rifiutano di ammettere di aver sbagliato, decidendo, quindi, di non credere all’evidenza. Senza dare fiducia ai propri occhi, essi continuano imperterriti a cercare protezione nei loro dogmi. Un esempio che troviamo nell’opera è il discorso di Frate Fulgenzio, il monacello, che parla a Galileo dicendogli che sostenere le sue tesi avrebbe distrutto l’equilibrio che si era creato tra il potere e i contadini, i lavoratori; se essi avessero scoperto che non tutti i dogmi della Chiesa erano assoluti e che non si trovavano al centro dell’universo, ma su uno dei vari pianeti che ruotano attorno al Sole, avrebbero perso tutte le loro certezze.  Questo è il tipo di discorso proprio degli uomini che vedendo l’evidenza non possono che rendersi conto di aver vissuto nell’errore, ma non lo accettano. Cito a tal proposito il secondo astronomo nel Collegio romano “Ci sono dei fenomeni che mettono in imbarazzo noi astronomi, ma è necessario che l’uomo capisca proprio tutto?”. Galileo sostiene di sì: l’uomo deve capire tutto quello che può capire, deve guardarsi intorno, interessarsi, deve credere a ciò che vede e in base a questo continuare a fare altre scoperte. Possiamo ritrovare questa osservazione sull’uomo anche nel bipensiero di Orwell, che vive in un ambiente molto simile a quello di Brecht, in particolare nella sua opera 1984: l’uomo vive sottomesso a una continua contraddizione, a un governo che cerca di convincere tutti quanti che la somma di due e due faccia cinque quando ogni istinto logico porterebbe chiunque a sostenere che faccia quattro. E pur vedendo l’assurdità di questa dimensione l’uomo continua a vivere in essa, dimenticandosi di aver avuto, per un istante, un’idea divergente da quella ortodossa; si appiattisce a tal punto da non avere più la forza di seguire il suo pensiero, di vedere la differenza tra la propria opinione e quella degli altri.

Le categorie descritte suggeriscono l’attualità di quest’opera: le persone che si rifiutano di vedere, o ascoltare, e quelle che vedono e ascoltano ignorando però i messaggi che vengono loro trasmessi continuano ad esserci; ugualmente anche le convinzioni cosiddette religiose, o politiche, chiuse a qualsiasi altra visione e le guerre. La Storia va avanti, le vicende cambiano; noi, però, continuiamo a leggere l’opera di Brecht, con le sue osservazioni su fatti accaduti nel Seicento che rispecchiano quelli della sua epoca, e che purtroppo, sotto alcuni aspetti, ritroviamo anche nel periodo attuale. E in questo possiamo percepire la grandezza di Vita di Galileo, nelle parole che vanno oltre il tempo e valgono per Galileo come per noi, trasmettendoci, e forse era proprio questo l’intento dell’autore, speranza nella scienza e nell’uomo.

Tamar Levi

Con amicizia letto da Beniamino Peruzzi

Bibliografia

Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Einaudi, Torino, 1967.

https://it.wikipedia.org/wiki/Bertolt_Brecht, ultimo accesso: 20 dicembre 2015.

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