Aung San Suu Kyi – Le prime elezioni democratiche della Birmania

Myanmar democracy leader Aung San Suu Kyi meets with Secretary of State Hillary Clinton at the State Department on Tuesday, Sept. 18, 2012 in Washington. (AP Photo/ Evan Vucci)

Domenica 8 Novembre 2015 si sono tenute in Myanmar, le prime elezioni democratiche dal 1990 e le prime libere da quando i militari presero il potere nel 1962. Dopo più di 50 anni di violazioni di diritti umani, il paese si avvia alla democrazia.

La situazione politica Birmana è molto delicata: le minoranze etniche sono numerosissime, i militari continuano a controllare una buona parte del parlamento e la loro influenza è forte sul territorio. Questo articolo vuole analizzare il contesto storico-politico in cui si sono svolte le elezioni birmane e le sfide a cui va incontro la Lady della Birmania.

Aung San Suu Kyi, la dittatura militare e la LND

Prima e agli inizi della colonizzazione inglese la Birmania era destinata a diventare uno dei paesi più ricchi dell’Asia meridionale, essendo il principale esportatore di riso nel mondo. Il suo destino, però, è stato ben diverso. Quasi trent’anni di lotte hanno portato all’indipendenza della Birmania nel 1948. La democrazia dura fra alti e bassi fino al 1962, quando un colpo di stato militare vi pone fine e Ne Win prende il potere: la Birmania diventa il Myanmar.

La storia recente in Myanmar comincia nell’estate del 1988, quando decine di migliaia di persone scendono in piazza per protestare contro il governo militare e la sua politica economica scellerata. L’esercito reagisce con estrema violenza aprendo il fuoco in più occasioni sulla folla inerme.

Proprio in quel periodo, Aung San Suu Kyi si trova in Myanmar per accudire la madre malata e, spinta da alcuni intellettuali, decide di fondare un movimento non violento, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) che ha come scopo il raggiungimento della democrazia e il rispetto dei diritti umani nel Paese. Dopo poche settimane, la giunta annuncia libere elezioni; si viene quindi a creare un fronte di opposizione politica che ha tuttora nel premio Nobel per la pace la sua esponente più autorevole. Le elezioni si tengono nel maggio del 1990, in un clima di pesanti intimidazioni e repressioni da parte dei militari che arrestano la maggior parte dei leader politici e dei candidati dell’opposizione, fra cui la stessa Aung San Suu Kyi.

La NLD ottiene l’80% dei voti, ma al nuovo Parlamento non viene mai consentito di riunirsi.

Gli anni successivi, sotto l’esercito noto come Tatmadaw portano la Birmania in uno stato di isolamento nei confronti del resto del mondo. La stampa libera è vietata, ogni protesta viene repressa, la dittatura sfocia in diverse guerre civili con i numerosi gruppi etnici che occupano il territorio.

La Democrazia Disciplinata

Nel 2007, in seguito ad un drastico aumento del costo della benzina, il popolo si trova a dover pagare quasi il doppio per i beni di prima necessità. In molti si trovano in difficoltà persino nel trovare la dose giornaliera di riso da donare ai monaci e hanno paura di perdere la protezione del Buddha. La portata della manifestazione è totalmente nuova. Sono i monaci a scendere per strada, in fila per ribellarsi contro il governo. È la prima protesta di questo tipo nella storia della Birmania e, nonostante la dura repressione da parte del governo, la loro voce riesce a farsi sentire.

Passa un anno e al popolo birmano viene chiesto di votare per la nuova costituzione e nel 2010 arrivano le elezioni nazionali. Anche questa volta vince il partito supportato dalla giunta militare, l’USPD, e Thein Sein diventa il nuovo leader. Le elezioni vengono dichiarate fraudolente dalle Nazioni Unite. Da questo momento in poi iniziano, però, ad aumentare le misure di trasformazione della Birmania. Il governo e i militari intraprendono un processo di democratizzazione guidata o “disciplinata”. Vengono liberati numerosi prigionieri politici, tra cui la famosa leader del partito democratico.  Nel 2012 vengono concesse delle elezioni parziali dopo che le leggi che impedivano al partito democratico di partecipare sono state abolite. Queste elezioni riguardano solamente 46 seggi su 664, e quasi tutti vengono vinti dal NLD, il partito di Aung San Suu Kyi che torna in politica dopo vent’anni agli arresti domiciliari.

Le libere elezioni

Le elezioni nazionali, le prime veramente libere e democratiche, grazie anche al controllo di UE e altre organizzazioni internazionali, hanno avuto luogo Domenica 8 Novembre. Questa volta vi è la possibilità di votare per il 75% del parlamento, il restante 25% viene nominato direttamente dai militari. L’aria di cambiamento si respira, ma quella della democrazia ancora no, è difficile pensare che la giunta militare cederà facilmente il suo quarto di parlamento, se non per egoismo quantomeno per paura di una seconda Norimberga.

In ogni caso, il futuro presidente potrebbe non essere nominato fino al 2016 perché la procedura per la sua elezione è molto complessa. L’Hluttaw, il parlamento birmano, è diviso in tre gruppi: i rappresentanti della Camera Bassa, quelli dell’Camera Alta e i rappresentanti dell’esercito. Ogni gruppo propone un candidato e i tre vengono votati in una seduta congiunta. Il vincitore di quest’ultima votazione diventa presidente e i due rappresentanti sconfitti vicepresidenti.

Il risultato

Lo spoglio delle schede è ancora in corso e non sono stati annunciati risultati ufficiali, ma valutazioni di fonte democratica indicano una vittoria con oltre il 70% dei voti. Nessuna conferma finora dalla commissione elettorale, ma la Lega nazionale per la democrazia avrebbe conquistato la maggioranza nella principale città del paese, Yangon, e in importanti centri, come Mandalay e Bago, roccaforti del partito per l’unione, la solidarietà e lo sviluppo (USPD) erede del regime militare durato dal 1962 al 2010.

Il presidente dell’USDP, il partito del presidente birmano Thein Sein, ha ammesso la sconfitta e ha aggiunto che accetterà il risultato delle elezioni.

Le sfide per il futuro

La nuova costituzione assegna automaticamente ai militari il 25 per cento dei seggi e il potere di designare i ministri dell’Interno, della Difesa e degli Affari di frontiera. Inoltre, la costituzione stessa impedisce ad Aung San Suu Kyi di correre per la presidenza, in quanto i suoi figli hanno cittadinanza britannica. La costituzione può essere emendata solo con il 75 per cento dei voti in parlamento, il che è materialmente impossibile senza raggiungere un compromesso con i militari. D’altra parte, a una coalizione anti-NLD guidata dall’USDP basterebbe ottenere un terzo dei seggi per mantenere la maggioranza in parlamento a fianco dei militari. Molti analisti temono anche che un compromesso con l’USPD sulla figura del presidente potrebbe non essere ben visto dalla base dell’NLD.

Tuttavia, con un sistema maggioritario secco, l’entusiasmo popolare per l’NLD potrebbe trasformarsi in una valanga di seggi, e ovunque nel Paese i birmani si aspettano un risultato storico, come nel 1990 (392 seggi su 492) o nel 2012 (43 seggi su 45).

Probabilmente solo la stessa Aung San Suu Kyi sarà in grado di risolvere questa empasse.

Nell’USPD e tra i generali, inoltre, vi sono spaccature che sono state evidenziate in agosto dall’improvviso allontanamento di U Shwe Mann, già Segretario dell’USPD, fino ad allora candidato di compromesso tra USPD e NLD.

Aung San Suu Kyi ha dichiarato ripetutamente ai giornalisti che, se il suo partito dovesse vincere, lei sarà “al di sopra del presidente” e che continuerà a guidare il suo partito al governo, senza concretamente avere il ruolo di capo dello Stato.

In ogni caso il nuovo presidente dovrà fare i conti con le sfide che attendono il Myanmar: democratizzare il Paese emendando o riscrivendo la costituzione, continuare a gestire la crescita attraendo gli investimenti esteri, tenere unito il Paese con un occhio di riguardo per le minoranze e ridurre il potere (anche economico) dei militari, senza suscitare nuovi interventi armati.

Questa sembra essere la sfida maggiore, soprattutto per l’NLD. Finora Aung San Suu Kyi ha goduto dell’eredità del padre, che era riuscito ad unire le varie etnie sotto l’egida della lotta per l’indipendenza, ma oggi alcuni problemi stanno emergendo con forza.

Quello del Myanmar è sicuramente un processo che difficilmente si potrà fermare. Molto dipenderà anche dalla capacità di Aung San Suu Kyi di far accettare alla base del suo partito le eventuali soluzioni di compromesso con gli uomini del regime.

In un Paese che è uscito da poco da 50 anni di dittatura militare, queste sono sfide possibili solo con una gran dose di realismo politico e di determinazione. Tutte doti che sicuramente a “l’orchidea d’acciaio della Birmania” non mancano.

Walter Baffi

In amicizia letto da Arnaldo Mitola

Articolo originariamente presente su: http://www.360giornaleluiss.it/attualita/10_11_2015/elezioni-myanmar-aung-san-suu-kyi-verso-il-governo/

 

Aung San Suu Kyi, Liberi dalla paura, Sperling & Kupfer, 2003.

Aung San Suu Kyi, Clements A., La mia birmania, Corbaccio, 2008.

http://www.viaggiarelibera.com/aung-san-suu-kyi-lorchidea-dacciaio-della-birmania/, ultimo accesso: 15 – 12 – 15.

http://www.cinaforum.net/myanmar-dopo-voto-328-analisi-passeri/, ultimo accesso: 15 – 12 – 15.

 

 

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