Dove va la Catalogna? – Possibili scenari nel dopo elezioni

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A due settimane dal voto per rinnovare il governo spagnolo riaffiora l’interrogativo sulla sorte della Catalogna. I sondaggi confermano in prima posizione (28,6% delle preferenze) il Partito popolare (Pp) seguito dal Partito socialista operaio e dai centristi di Ciudadanos (20,7% e 19% rispettivamente). Al di là del risultato, è certo che l’esito del 20 dicembre determinerà con quale governo la Catalogna indipendentista dovrà negoziare.

Il 27 settembre scorso, i catalani chiamati al voto non hanno solo espresso le loro preferenze per i 135 membri del parlamento regionale, ma di fatto hanno manifestato il loro appoggio al tanto rivendicato referendum sull’indipendenza della Catalogna. Il risultato, tuttavia, non è stato univoco: se con 72 seggi su 135 i partiti separatisti del Junts pel Sì (JxS) e Candidatura d’Unitat Popular (Cup) hanno ottenuto la maggioranza in parlamento, il 47,8% delle preferenze elettorali (rispettivamente 39,5% per JxS e 8,2% per Cup) non è abbastanza per legittimare un plebiscito sul tema. A votare in maniera nettamente contraria alle aspettative è stata proprio la provincia di Barcellona con poco più di un terzo dei consensi a favore della coalizione indipendentista. Ciononostante, il risultato delle elezioni ha messo a rischio non solo gli equilibri politici spagnoli ma anche il quadro identitario europeo.

A due settimane dalle elezioni generali spagnole, la questione catalana tiene la Spagna e l’Europa con il fiato sospeso. I sondaggi rivelano infatti una forte incertezza degli elettori tra vecchia e nuova politica. In questo frangente, se da un lato l’esito delle elezioni potrà condurre ad un governo di coalizione di destra tra Pp e Ciudadanos, dall’altro la sua attuabilità non è per nulla scontata. Al tempo stesso, il nuovo scenario politico potrebbe dare man forte alle rivendicazioni catalane. Rivendicazioni che non sono affatto nuove e che, anzi, si susseguono da anni sebbene puntualmente demolite da dichiarazioni di incostituzionalità del governo centrale.

Intanto, l’esecutivo catalano ha avviato un iter unilaterale di diciotto mesi per raggiungere la separazione dalla Spagna. Forte della vittoria elettorale, il presidente della Generalitat di Catalogna e segretario della Convergència Democràtica de Catalunya, Artur Mas, si era infatti detto pronto a gettare le basi per l’indipendenza entro il 2017 malgrado la dura opposizione delle autorità madrilene. Il braccio di ferro tra Barcellona e Madrid sulla questione va avanti da tempo. Un anno fa, la vice-Premier Saenz de Santamaria aveva spazzato via qualsiasi velleità separatista ricordando che secondo la Costituzione è possibile indire consultazioni pubbliche rivolte a tutta la popolazione spagnola e non ad una sola parte di essa. La dichiarazione non aveva però dissuaso i separatisti dallo svolgere – il 9 novembre 2014 – una votazione simbolica sull’indipendenza attraendo alle urne 2 milioni di catalani, l’80,7% di questi favorevoli al sì. Mas aveva definito il risultato una lezione di democrazia. Il referendum era stato tuttavia ritenuto dal governo centrale un mero atto di propaganda politica.

Dodici mesi dopo, il 9 novembre 2015, il parlamento catalano ha approvato una risoluzione sul processo di secessione dalla Spagna, dando sostanza al tema chiave delle regionali e di fatto proclamando l’indipendenza, una mossa che ha scatenato una crisi politica con il potere centrale. Il ricorso del governo di Rajoy non si è fatto attendere e la sentenza della Corte Costituzionale in merito è prevista per metà aprile 2016. Fino a quel momento i membri del governo catalano dovranno rispettare la sospensione del processo di indipendenza dalla Spagna.

Con il mutamento della configurazione politica spagnola e la possibile ascesa di partiti più attenti alle rivendicazioni catalane, il futuro della Catalogna potrebbe assumere contorni inaspettati. Ma secondo alcuni analisti, il governo catalano potrebbe anche affrontare sfide complesse in seguito alle elezioni generali del 20 dicembre. Ad esempio, scrive Sebastian Balfour, il governo di Madrid potrebbe adottare – come giusto compromesso – la politica della “Terza Via” per approfondire il processo di devolution per la Catalogna con un emendamento costituzionale.

L’ipotesi di indipendenza catalana pone tre problemi. In primo luogo, uno di natura politica. Si tratterebbe infatti di un importante precedente. Il caso catalano rievoca il tentativo scozzese e potrebbe risvegliare i moti indipendentisti di altre regioni europee come, ad esempio, il Veneto e i Paesi Baschi. Catalogna e Paesi Baschi hanno forti identità culturali e condividono il malcontento, aggravato dalla recente crisi, per la gestione delle loro risorse economiche da parte del governo centrale, tant’è che il parlamento catalano da tempo pretende un’autonomia fiscale pari a quella basca. Nel gennaio 2014, in centomila hanno manifestato per le strade di Bilbao, assieme ad esponenti del Partito Nazionalista Basco, reclamando l’indipendenza del territorio dal resto della Spagna. Negli ultimi 15 anni il parlamento basco ha cercato invano di ottenere da Madrid l’autorizzazione per svolgere un referendum sull’indipendenza. Il recente episodio catalano potrebbe però mettere le ali agli indipendentisti baschi.

Inoltre, a parte le questioni di legittimità costituzionale, il problema è anche la modalità con cui si potrà raggiungere o meno l’indipendenza. Il quadro politico catalano rimane incerto: Mas mantiene le redini del movimento indipendentista, ma i radicali del Cup stanno prendendo piede. Rispetto alle regionali del 2012, il Cup ha infatti più che raddoppiato i suoi consensi dal 3,4% all’8,2%. Esso ha perciò approfittato del crescente peso politico per dettare alcune regole, ma dovranno essere fatte altre concessioni per tenerlo a bordo.

Non per ultimo, le implicazioni a livello europeo appaiono problematiche. Le reazioni di altri leader europei alle regionali hanno evidenziato le questioni che attanagliano l’Unione, crisi identitaria in primis. Nell’ultimo periodo le ambizioni federaliste hanno infatti ceduto il posto ai tecnicismi e alle politiche d’austerità fomentando le divisioni interne e i sentimenti nazionalisti. L’ipotesi dell’indipendenza catalana rappresenta una nuova grana per Bruxelles che va a sommarsi all’interrogativo Brexit (l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea) e contribuisce allo sfaldamento della coesione europea. Se Barcellona dovesse autoproclamarsi indipendente la Catalogna si troverebbe automaticamente fuori dalla Spagna, dall’Unione europea e dall’Eurozona e un’eventuale sua adesione all’UE dipenderebbe dal consenso, per nulla scontato, della Spagna. Inoltre, la Spagna verrebbe privata di un’importante regione che ospita il 16% della sua popolazione e contribuisce al 20% del Pil nazionale.

Resta il fatto che le elezioni generali alle porte determineranno con quale governo di Madrid la Catalogna dovrà trattare. Il futuro della Catalogna presenta delle incognite sia per la Spagna che per la comunità europea. Quanto più gli indipendentisti sapranno gestire la situazione a loro favore, tanto più si avvicinerà l’ipotesi di una scissione definitiva.

Maria Elena Sandalli

Con amicizia letto da Francesco Brunetti e Rodolfo Zontini

Per approfondire:

http://www.eunews.it/2015/10/07/catalogna-il-vero-risultato-delle-elezioni-di-settembre-arrivera-dopo-le-politiche-di-dicembre/42906

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