Bioetica – Morale e scienza, natura e artificio (II)

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La questione vita, ovvero il rapporto natura – artificio

Il vivere secondo il bene è massimamente il fine, sia in comune per tutti gli uomini, sia per ciascuno separatamente. Essi, però, si uniscono e mantengono la comunità politica anche in vista del semplice vivere, perché vi è probabilmente una qualche parte di bene anche solo nel fatto di vivere; se non vi è un eccesso di difficoltà quanto al modo di vivere, è evidente che la maggior parte degli uomini sopporta molti patimenti e si attacca alla vita, come se vi fosse in essa una sorta di serenità e una dolcezza naturale[1].

Ciascuna etica presuppone, alla base della propria sistematica, un modello di uomo. Tanto più questo vale per la disciplina bioetica, sulla quale stiamo indagando, che si trova ad aver a che fare con ciò che più rende ragione all’uomo di se stesso: la vita.

Come già notato nel precedente paragrafo, stiamo assistendo alla diffusione di un modello antropologico e biologico fortemente permeato di una visione scientista e tecnicizzata dell’uomo. L’egocentrismo dell’homo faber ipsius fortunae, i ribaltamenti cosmologici, le scoperte scientifiche, la teoria evoluzionistica e la psicoanalisi freudiana hanno disarcionato l’uomo dalla sua presunta supremazia sul creato, ferendone l’orgoglio e in gran parte le consapevolezze. Perciò l’antropologia altro non è che biologia e la cultura non è altro che natura: applicando anche a queste due realtà il principio evoluzionistico proprio di ogni organismo vivente, tutto risulta in divenire, nulla vi è dunque di intoccabile, di assoluto.

Il diritto alla vita sarà, dunque, un tacito assistere agli sviluppi biologici che o la natura od il progresso tecnologico permettono, con il potere di disporre con assoluta libertà di questo mero accadimento accidentale. «Alla idea di sacralità della vita […] si contrappone allora quella di qualità della vita: esistono vite che non raggiungono standard di prestazione adeguati e che non sono perciò ritenute meritevoli di tutela»[2].

Evidentemente, pur giungendo a tali spaventosi e nefasti principi regolatori, come in un circolo vizioso, si renderà comunque necessario un giudizio anche in questo caso gerarchico, dunque di merito, su cosa significhi «standard» o «qualità». Non è difficile intravedere al termine di questo percorso, verso il quale la nostra civiltà pare essersi inesorabilmente incamminata, un ritorno al punto di partenza: uno Stato totalitario che deliberi in base al proprio volere su quale sia e quale non sia una vita degna di essere vissuta, dando luogo a politiche di vera e propria eugenetica non estranee ad un recente passato.

In tal modo deflagra il conflitto tra natura, non intesa in senso materialistico e naturalistico ma al contrario come ambasciatrice di un portato morale inscritto nel cuore di ogni uomo, ed artificio, inteso come disordinato e discrezionale utilizzo della vita. È sempre Benedetto XVI a fornirci un quadro lucido dello stato in cui siamo:

La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell’uomo. La fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell’ibridazione umana nascono e sono promosse nell’attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita. Qui l’assolutismo delle tecnica trova la sua massima espressione. In tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica[3].

Conclusione

La bioetica, proprio per la sua natura di disciplina-ponte, porta con sé una serie di contraddizioni che se non prontamente e pazientemente affrontate rischiano di condurre a veri e propri cortocircuiti. Sempre per la sua essenza, essa non può essere slegata da un lavoro simultaneo di costituzione di una piattaforma di riconoscimento comune alla società ed ai cittadini che vi operano.

I rischi del fallimento di un tale tentativo sono quelli sinteticamente abbozzati nel presente lavoro. La strada per la sua più probabile e felice riuscita pare essere quella di riaffermare con forza l’importanza della razionalità applicata anche ai sistemi etici e di non stancarsi di ricercare quel patrimonio valoriale comune che ci assimila come esseri umani.

In ambito cattolico, può essere il dialogo la via sana e proficua per seminare germi di verità che riescano a parlare a ciascuno uomo, seppur anche tanto lontano dalla nostra prospettiva. Certo, la discesa nel pluralistico e babelico “villaggio globale”  non deve diventare sinonimo di arrendevolezza rispetto ai propri punti di partenza; piuttosto, sarà occasione per un rafforzamento di sintesi tra la dottrina di riferimento ed il mondo circostante.

Guido Scatizzi

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

 

[1] Aristotele, Pol. 1278b, trad. it. di Renato Laurenti, Laterza, Roma 2004.

[2] Faggioni, «Bioetica», pp. 48-49. Il concetto di “standard di vita” è vicino a quello che Giorgio Agamben chiama «nuda vita» (cfr. Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005).

[3] Benedetto XVI, lett. enc. Caritas in veritate, n. 75.

Bibliografia

Agamben G., Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino 2005.

Aristotele, Politica, trad. it. di Renato Laurenti, Laterza, Roma 2004.

Benedetto XVI, lett. enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2009.

̶  , «Discorso ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze» (Sala Clementina, 6 novembre 2006), in Fede e scienza. Un dialogo necessario, a cura di U. Casale, Lindau, Torino 2010.

Cardia C., Le sfide della laicità. Etica, multiculturalismo, islam, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2007.

M.P. Faggioni, «Bioetica. Un’etica per il nostro tempo», in Vivens homo 9 (1998) 1, 37-60.

Ruini C., Chiesa contesta. 10 tesi a sostegno del cattolicesimo, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2007.

Scarpelli U., Bioetica laica, Baldini & Castoldi, Milano 1998.

Sebregondi L. – Viti P. – Zaccaria R.M. (a cura di), Il medico. Immagini di una professione, Vallecchi, Firenze 2003.

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