L’ISIS in pillole – Identikit in 5 punti

 

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I recenti conflitti vedono protagonisti gli Stati Uniti, la Russia e l’ISIS. Obama bombarda l’Isis e arma i ribelli siriani anti Assad. Putin, viceversa, con lo scopo dichiarato di difendere Assad, bombarda gli stessi ribelli e provoca dichiarando che gli americani “hanno il cervello in pappa” perché si rifiutano di collaborare con lui nella guerra al terrore.

Nemico comune: l’ISIS. Ne sentiamo parlare dal 2014, le notizie si sovrappongono, sono frammentarie e spesso vengono dimenticate. Ecco cinque punti indispensabili per cercare di ricordare e di capire che cos’è lo Stato Islamico: il nome dell’organizzazione, chi è il capo, dove prende i soldi, i video delle decapitazioni e la “guerra digitale”, qual è il suo obiettivo.

 Il nome: un po’ di chiarezza.

Il 29 giugno 2014 l’ISIL (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) – meglio noto come ISIS (stato islamico di Iraq e Siria)- si affaccia sulla scena internazionale, autocostituendosi in califfato con a capo Abu Bakr Al-Baghdadi. Nei documenti ufficiali, però, non compaiono le parole ‘Iraq’ e ‘Levante’, questo perché l’obiettivo del neonato IS è quello di ridefinire i confini del Medio Oriente. Inoltre, l’uso del termine “califfato” rievoca l’istituzione nata per sostituire Maometto e mantenere una coesione sociale e religiosa della comunità islamica. Dal fronte internazionale arriva presto un nuovo nome da usare principalmente nelle relazioni diplomatiche: DAESH Il termine è l’adattamento dell’acronimo arabo di ISIS.

Tutto ciò potrebbe sembrare un’inutile e poco appassionante disquisizione sul nome, ma tra IS e DAESH la differenza è sostanziale: il ministro degli esteri francese ha deciso di non definire più i miliziani jihadisti uno “stato” perché farlo potrebbe corrispondere ad una legittimazione.

ISIS, ISIL, IS, DAESH, persino EIIL, sono solo alcuni dei nomi che vengono usati per definire il califfato. Tuttavia, il tentativo dei governi di delegittimare l’avanzata dei miliziani sunniti togliendo loro la definizione di “Stato” non convince in molti. Lo stesso presidente Obama ha dichiarato: “Questo gruppo si fa chiamare -Stato Islamico- , ma mettiamo in chiaro due cose: l’ISIL non è islamico. Nessuna religione difende l’assassinio di innocenti e la maggior parte delle vittime dell’ISIL sono musulmane. L’ISIL certamente non è uno Stato. È prima il ramo di Al Qaeda in Iraq”.

Il Califfo: Abu Bakr Al-Baghdadi

Tra il 96 e il 2000 Abu Bakr Al-Baghdadi vive in Afghanistan con Abu Musab al-Zarqawi. Entrambi collaborano con i jihadisti e con i talebani a Kabul.

Nel 2005 viene recluso a Camp Bucca, un carcere gestito dall’esercito USA, dove entra in contatto con un gruppo di jihadisti di al-Qaeda, con il quale getta le basi della sua ascesa nell’IS. Nel 2009, quando la prigione chiude, al-Baghdadi viene rilasciato.

Dopo la morte di Abu Omar al-Baghdadi -uno dei leader di al-Qaeda-, diviene il leader del gruppo terrorista ISI (Stato Islamico dell’Iraq).Il movimento, sviluppatosi tra il 2000 e il 2002, con il nome di “Organizzazione del monoteismo e del Jihad”, era stato fondato proprio da al-Zarqawi. Da questo gruppo di militanti nascerà poi l’ISIS che, nel giugno 2014 inizia l’avanzata verso Baghdad.

Il 29 giugno viene annunciata la ricostituzione del califfato, che si estende da Damasco (Siria) a Diyala (Iraq). Al-Baghdadi, autoprocalmandosi “califfo di tutti i musulmani”, brandisce ufficialmente entrambe le spade di Gelasio, quella temporale e quella spirituale, decretando il suo potere religioso oltre che politico e mettendo da parte gli imam e i predicatori radicali, che si sono rifiutati di riconoscere la sua autorità.

Finanziamenti: non solo petrolio

Per parlare delle casse dello Stato Islamico, bisogna innanzitutto distinguere tra fonti di finanziamento dirette e indirette.

Tra le fonti dirette, sicuramente l’estrazione di petrolio costituisce la più grande risorsa del califfato. Il gruppo ricava circa 44mila barili al giorno dai pozzi siriani e 4mila da quelli iracheni. Il regime di Assad, alla costante ricerca di petrolio, i turchi e curdi iracheni – sebbene siano tutti nemici dell’Isis – sono tra i suoi principali clienti. Oltre al greggio vi sono i fondi delle banche dei territori conquistati, la tassazione sulle attività commerciali e il pedaggio richiesto sulle principali strade. Certo, l’imposizione di tasse costituisce un passo importante verso la legittimazione interna del califfato.

Per quanto riguarda le fonti indirette, l’IS ha un sistema di auto-finanziamento basato anche sul contrabbando di ostaggi, sebbene sia plausibile che alcuni dei primi finanziamenti siano giunti da varie ONG dei paesi della penisola araba. Sul banco degli imputati vi sono l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait ed il Qatar. Inoltre, parte dei proventi deriverebbero dal commercio di reperti archeologici, dal traffico di esseri umani e da saccheggi ed estorsioni. Anche se fare i conti del califfo non è certo facile, si stima una disponibilità di circa 2 miliardi di dollari, che lo renderebbe certamente gruppo terroristico operante nel mondo islamico più pericoloso di sempre.

Strategia Mediatica: terrorismo digitale

Sin dalla nascita, avvenuta con un comunicato web, il califfato ha dimostrato di essere in grado di gestire la comunicazione in maniera impeccabile. La sua social media strategy, attribuibile ad Ahmad Abousamra, si fonda su due punti: la minaccia e il reclutamento.

L’attuazione del primo punto – la c.d. strategia del terrore – si basa su videomessaggi intimidatori come il famoso “message to America”, primo di una lunga serie di cruente decapitazioni.

Per realizzare il secondo punto, invece, i jihadisti puntano all’emulazione di foreign fighters già arruolati. Il target in questo caso sono giovani occidentali ed il mezzo di comunicazione preferito per attivare in loro questo sentimento di emulazione, di desiderio di sfida e per realizzare questa imponente call to action, è Facebook, che per questo motivo sta attuando una forte censura.

Per assicurare la più ampia diffusione possibile dei messaggi esiste un’imponente e sofisticata rete di account collegati tra loro che amplificano ogni post, tweet o video proveniente dai membri più influenti dell’organizzazione. Esisteva anche un app, disponibile fino allo scorso anno sul playstore chiamata “The Dawn of Glad Tidings” (L’alba delle buone notizie) che permetteva ai gestori degli account ufficiali dell’ ISIS di utilizzare gli account dei seguaci per poter mandare i loro messaggi unificati.

Un tempo si giravano video in analogico con sfondi di fortuna, oggi i terroristi dispongono dei più avanzati strumenti di video e photo editing per la realizzazione dei messaggi propagandistici, insieme alle competenze di occidentali arruolati o di persone formatesi in occidente.

Obiettivo: Lo Stato Islamico

Dal momento che l’ISIL non riconosce la comunità internazionale, si può certamente affermare che il suo obiettivo non è quello di costruire uno Stato al fine di ottenere un riconoscimento da essa.

L’IS però impara dagli errori di Al-Qaeda e non agisce come un parassita ospite di un altro stato, si ricostituisce con un proprio corpo, sviluppandosi sulle carcasse di Iraq e Siria.

L’organizzazione vuole imporsi come erede di Al Qaeda, troppo debole dopo l’eliminazione di Osama bin Laden. Lo Stato islamico vuole raccogliere l’eredità del gruppo terrorista.

L’11 settembre 2001 Osama bin Laden ha umiliato gli Stati Uniti e l’occidente dimostrando che la “vera fede” poteva colpirli. Lo sceicco voleva sfidare l’America, e allo stesso tempo formare un esercito di volontari attirando a sé migliaia di giovani musulmani alla ricerca di una vendetta per i secoli di dominio occidentale sull’islam.

Gli stessi obiettivi guidano l’azione dello Stato islamico, una creazione della negligenza del regime siriano. Bashar al Assad sperava infatti di proporsi come unica alternativa all’estremismo islamico, rivolgendo i suoi sforzi repressivi contro i democratici e lasciando che lo Stato Islamico crescesse senza mai contrastarlo. Alla fine, però, l’organizzazione è sfuggita del tutto al suo controllo, penetrando in Iraq con l’ambizione di creare un nuovo stato sunnita libero dal controllo delle autorità sciite di Damasco e Baghdad.

Tuttavia, la cosa che desta maggiore preoccupazione è la capacità dei miliziani di Al-Baghdadi di manipolare e controllare un’intera generazione di giovani musulmani iracheni – e non solo, come dimostra il crescente numero di foreign figthers – per aumentare il proprio consenso. Il denaro costituisce sicuramente il principale fattore trainante, basti pensare che i combattenti di al-Baghdadi sono i più pagati, ma, come in un circolo vizioso, il crescente consenso contribuisce a rafforzare la sua capacità di resistenza e di reclutamento sul territorio.

 Walter Baffi

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

Articolo originariamente presente su: http://www.360giornaleluiss.it/attualita/03_10_2015/lisis-in-pillole/

Riferimenti

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-27801676, ultima visita: 30 – 09 -15.

http://www.dw.com/en/who-finances-isis/a-17720149, ultima visita: 30 – 09 -15.

http://www.theweek.co.uk/isis/62422/islamic-state-daesh-or-isis-the-dilemma-of-naming-the-militants, ultima visita: 30 – 09 -15.

Immagine

http://www.360giornaleluiss.it/attualita/03_10_2015/lisis-in-pillole/

 

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