Figure di influenza sul giovane Nietzsche (I) – Alla ricerca di un sistema metafisico

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In questo ciclo di articoli mi piacerebbe dare un’idea di quello che è il pensiero filosofico del giovane Nietzsche, in particolare quello della Nascita della tragedia (1872). La scelta di focalizzare l’attenzione su questo scritto è motivata dal fatto che proprio in questa prima opera sono presenti in nuce quasi tutti i temi della sua riflessione. In questo articolo cominceremo a familiarizzare con le principali fonti di influenza della riflessione giovanile del filosofo tedesco, spesso trascurate dai manuali di filosofia.

  Nietzsche nasce nel 1844 a Lützen, figlio di un pastore che era molto vicino, ideologicamente, all’imperatore prussiano, e decise, perciò, di chiamare il figlio con lo stesso nome: Friedrich Wilhelm. Il padre, nato nel 1813, muore nel 1849, e Nietzsche si trova quindi a crescere in un ambiente tutto femminile, cioè con la madre, la sorella, le due zie e la nonna. È curioso notare che Wagner era nato nello stesso anno in cui era nato il padre di Nietzsche. Per spiegare la grande importanza che Wagner avrebbe avuto sul filosofo, molti biografi hanno insistito sul fatto che Nietzsche avrebbe visto nel musicista un sostituto del padre.

  Superati brillantemente gli studi nel collegio di Pforta, celebre per gli studi filologici, Nietzsche si trasferì all’Università di Bonn, dove si dedicò per un anno agli studi di teologia, per desiderio della famiglia che lo incoraggiava a diventare pastore come il padre. Dopo un anno a Bonn, Nietzsche decise di abbandonare la teologia e dedicarsi alla filologia, che, all’epoca, era un settore assai meno specifico rispetto a oggi: comprendeva, infatti, anche lo studio della letteratura e della filosofia classica. Per studiare filologia, Nietzsche si trasferì all’università di Lipsia, e proprio qui incontrerà le importanti influenze di cui parleremo.

  Nel 1865, in una libreria di antiquariato, Nietzsche trova Il mondo come volontà e rappresentazione, l’opera più famosa di Schopenhauer, autore che gli era completamente sconosciuto. Nietzsche, infatti, non aveva una formazione approfondita nell’ambito della filosofia del suo tempo. Letto il libro, rimase oltremodo affascinato da Schopenhauer, che influenzerà sempre da lì in poi il suo pensiero. Tuttavia, fin da subito, Nietzsche trovò difficoltà ad accettare il sistema metafisico schopenhaueriano: non riusciva anzitutto a convincersi del fatto che la cosa in sé – il noumeno, per dirla con Kant – fosse la Volontà, e anche altre posizioni non lo soddisfacevano.

  Gli venne in soccorso un’altra lettura molto importante l’anno successivo: la Storia del materialismo di Friedrich Lange. Lange si rifaceva al pensiero di Kant, e nella sua opera voleva dimostrare l’insostenibilità del materialismo dal punto di vista di Kant – più precisamente, l’impossibilità di dimostrare l’esistenza di un mondo materiale al di là dell’apparenza. Nell’opera erano riprese anche le posizioni antimetafisiche di Kant, ma – e questo è il dettaglio che ci interessa – era rivendicato un ruolo della metafisica intesa come costruzione poetica. Lange sostiene che non si possa arrivare a una conoscenza scientifica e certa della realtà attraverso la metafisica, ma che della realtà ci si possa creare un’immagine poetica – per dirla con Nietzsche, mitologica. Le costruzioni metafisiche, quindi, non vanno intese come conoscenze provate, ma, invece, come espressione dell’idea del mondo dei loro autori, cioè come questi si immaginavano dovesse essere il mondo. Questa lettura incoraggiò Nietzsche a reinterpretare la metafisica schopenhaueriana dal suo punto di vista.

  Prima di trattare la metafisica nietzschiana occorre introdurre l’altra fondamentale figura che influenzò il Nietzsche giovane: Richard Wagner. Nietzsche era diventato un fervente ammiratore del musicista, sin da quando, da adolescente, aveva assistito a una sua rappresentazione. Il primo incontro con Wagner avvenne nel 1868, sempre a Lipsia, e ne nacque un’amicizia, che si approfondì quando, nel 1869, Nietzsche (all’età di soli venticinque anni) divenne professore di filologia all’università di Basilea. In onore di Wagner, nel 1872 scrisse la sua prima e famosa opera: La nascita della tragedia. L’opera non era, come si erano aspettati tutti, un trattato di filologia, ma era piuttosto un’opera filosofica mascherata da trattato di filologia, cosa che scatenò le critiche dei colleghi filologi. Prima della pubblicazione, in una lettera all’amico Rhode, Nietzsche scrisse di essere sul punto di presentare una “metafisica dell’arte”: nell’opera avrebbe mostrato come attraverso l’arte l’uomo riesca a conoscere il mondo metafisico. Nell’opera, infatti, è presente uno sfondo metafisico, non esplicitato chiaramente nel testo.

  Nietzsche reinterpreta il mondo greco come un mondo schopenhaueriano, cioè un mondo sofferente, nella cui sofferenza l’uomo deve vivere. Come in Schopenhauer, a fondamento della realtà è posto un principio metafisico, un Uno, intrinsecamente sofferente. Secondo Nietzsche, l’Uno cerca di liberarsi da, e dominare la, sua sofferenza attraverso l’attività di produzione del mondo fenomenico. L’attività di creazione dell’Uno è presentata da Nietzsche in analogia con quella dell’artista, cioè come estraniazione da parte di un soggetto attivo, rispetto a sé, del mondo fenomenico. Mentre in Schopenhauer non esiste una creazione del mondo fenomenico in senso stretto, l’Uno originario di Nietzsche sarebbe autore attivo di questa creazione per trovare sollievo dalle sue sofferenze. Questa realtà, tuttavia, non è, come sosteneva Schopenhauer, una realtà evanescente senza alcuna consistenza ontologica, ma ha una sua consistenza: essa conserva infatti alcuni caratteri dell’Uno originario, e questo le conferisce una certa autonomia rispetto a esso. Gli uomini, come l’Uno, sono sofferenti, e anch’essi possono essere artisti e possono, nelle loro creazioni artistiche, alleviare la loro sofferenza.

  Nietzsche trovò e riprese l’idea di questa certa autonomia ontologica del mondo fenomenico nella posizione di un autore, che, ciononostante, fu oggetto di varie sue critiche: Eduard von Hartmann. Hartmann era autore dell’opera Filosofia dell’inconscio, pubblicata nel 1869, in cui sosteneva un’interpretazione realistica di Schopenhauer. Nella sua visione esisteva un primo principio creatore che avrebbe dato luogo a tanti esseri relativamente autonomi ontologicamente, e questo primo principio sarebbe stato l’inconscio.

  Nella sua opera, Hartmann affronta anche un altro problema centrale di Schopenhauer, cioè la negazione del volere e la portata ontologica di questa negazione. Una lettura letterale di Schopenhauer giungerebbe ad affermare che, poiché la Volontà è unica e il mondo è affermazione della Volontà, nel momento in cui questa si nega, il mondo stesso dovrebbe completamente venir meno. Mentre in Hegel lo Spirito si esprime nel mondo e alla fine comprende concettualmente se stesso con soddisfazione, Schopenhauer afferma che la Volontà si accorge di aver fatto un errore fondamentale nel creare il mondo e si ritrae. Questo porta a letture nichilistiche di Schopenhauer, che, tuttavia, non sembrano avere implicazioni cosmiche, ma rimangono al livello degli individui: i singoli individui giungono alla “noluntas” (al non volere).

  Hartmann risolve tutto in maniera molto banale estendendo la negazione del volere al piano cosmico: il mondo deve venir meno, e perché ciò succeda occorre che la maggioranza degli individui gradualmente receda dalla decisione di affermare la Volontà, e giunga, cioè, alla noluntas, negando il mondo. Gli uomini, cercando di evitare la sofferenza, passerebbero attraverso tappe che di volta in volta si mostrano illusorie, giungendo, alla fine, al non-volere. Inizialmente si convincerebbero di poter raggiungere la felicità attraverso il raggiungimento del piacere. Rendendosi conto che questa prospettiva è un’illusione, gli uomini creerebbero l’illusione cristiana della speranza del raggiungimento del piacere in un mondo ulteriore. Smentita questa illusione dalla scienza, l’umanità troverebbe la nuova illusione positivista di un infinito progresso e perfezionamento di sé. Infine, per rendersi conto dell’illusorietà anche di questa terza tappa, bisogna che gli uomini si impegnino a realizzare questo ipotetico progresso: si accorgerebbero, allora, che anche in questa situazione ci sarebbe più dolore che piacere, e si arriverebbe, così, al momento in cui l’umanità, a maggioranza, cesserebbe di volere, facendo sprofondare il mondo nel nulla.  Nietzsche nella Seconda considerazione inattuale (1874), in cui vuole sottolineare il carattere attivo dell’uomo come suo punto di forza, criticherà molto questa parte del pensiero di Hartmann: se valesse, infatti, il suo punto di vista, secondo il quale sarebbe prefigurata la conclusione (nichilista) dello sviluppo storico, anche la capacità creativa dell’uomo verrebbe annichilita.

  La differenza fondamentale tra il pensiero di Nietzsche rispetto alle posizioni di Schopenhauer e Hartmann è che la risposta alla sofferenza non viene indicata nella rassegnazione, ma nell’attività di reazione dell’uomo di fronte a tale sofferenza. Per questo Nietzsche dà grande importanza all’arte: per il suo aspetto produttivo. Mentre per Schopenhauer la conoscenza estetica, intesa da lui come contemplazione, era ciò che permetteva la conoscenza dell’essenza delle cose (delle “idee”) e il superamento del mondo fenomenico, per Nietzsche, l’arte è ciò che crea e garantisce un mondo illusorio: è, cioè, l’attività dell’Uno come reazione alla sofferenza, che può essere imitata e reiterata dagli uomini. Mentre, quindi, Schopenhauer vedeva l’illusione del principium individuationis come qualcosa di negativo (come una nave in mezzo al mare in tempesta in cui l’uomo, ingenuamente pensa di essere al sicuro),  Nietzsche riteneva l’illusione dell’individuazione come qualcosa di positivo per i suoi effetti: l’illusione è una reazione positiva di fronte alla comprensione della sofferenza del mondo. Anzi, il mondo e l’esistenza sono giustificabili solo nella misura in cui è possibile la creazione artistica dell’illusione, altrimenti l’esistenza sarebbe solo sofferenza. Questo è il tema della giustificazione del mondo attraverso l’arte, in cui ritorneremo nei prossimi articoli, quando ci addentreremo nella lettura de La nascita della tragedia.

Beniamino Peruzzi

Con amicizia letto da Bernardo Paci

Bibliografia

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Roma, 2009.

E. von Hartmann, Filosofia dell’inconscio, Tipografia dell’Opinione, 1876.

F. W. Nietzsche, Sull’utilità e il danno della stori per la vita, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 1974.

Immagine

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