Musica ebraica – “Il sussurro di una brezza leggera”

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La schiavitù degli ebrei in Egitto, la distruzione del tempio di Gerusalemme, l’esilio babilonese, le guerre contro Roma: secoli di storia hanno portato il popolo ebraico a disperdersi in tutto il mondo, ma la severità dei precetti ebraici è riuscita a far sì che si mantenesse una tradizione ebraica.

Dopo aver parlato in altri articoli di musica klezmer, nella quale troviamo un miscuglio di tradizioni diverse con un tocco di ingenuità ma anche di saggezza popolare, e di Leo Levi, con le differenze tra le tradizioni liturgiche in oriente e in occidente, vorrei ora affrontare la questione che si trova alla base di tutte queste musiche e tradizioni: che cosa si intende per musica ebraica? In altre parole: quali musiche e melodie possono essere definite “ebraiche”?

Definire la musica è, a mio parere, molto difficile, e quando si tratta della cultura ebraica, con tutte le sfumature che essa contiene al suo interno, la difficoltà è ancora maggiore. Troppi generi musicali, dal canto sinagogale nelle diverse tradizioni liturgiche al Mosè e Aronne di Schoenberg alle danze israeliane del ‘900, possono rientrare nella categoria “musica ebraica”. Ma quali sono le caratteristiche da cercare prima di includerli?

La faccenda ha impegnato a lungo numerosi musicologi. All’apertura a Parigi del primo Convegno Internazionale di Studi l’etnomusicologo Curt Sachs ha tentato di dare una definizione: “Jewish music is music which is made by Jews, for Jews, as Jews” “La musica ebraica è ciò che è eseguito da ebrei, per ebrei, in quanto ebrei”. Egli cerca di porre l’accento su “as Jews”,  cioè la musica esprimerebbe il senso dell’essere ebreo. Tuttavia questa definizione può risultare troppo ristretta: se Matisyahu, un famoso cantante ebreo newyorkese che canta versi riguardanti per lo più l’ebraismo, canta davanti a un pubblico non ebraico o misto quella non potrebbe essere considerata musica ebraica? Sotto un altro punto di vista, però, la definizione di Sachs potrebbe sembrare anche non abbastanza ristretta. Prendiamo l’esempio di Frank London, trombettista americano di musica klezmer molto conosciuto tra gli amanti della musica ebraica: se un gruppo klezmer suona Celebration degli Earth Wind & Fire (che non sono ebrei) ad un matrimonio ebraico, quella è musica ebraica?

L’argomento è sicuramente molto complesso, per cui facciamo un passo indietro e poniamoci una domanda diversa: che cos’è la musica nell’ebraismo?

Col suo rigido divieto di rappresentazione del divino, o di quella che nell’ottica ebraica potremmo definire “seduzione visuale”, l’ebraismo potrebbe essere inteso come una “religione del tempo”, e non dello spazio: per esempio lo shabbat, il giorno del riposo, può essere definito come un “tempio nel tempo” (come ho spiegato in un mio precedente articolo *). Questo aspetto ha sempre differenziato molto questa cultura dalle altre, a partire dal paganesimo col suo antropomorfismo e rappresentazione continua della divinità, fino al cristianesimo che ha sempre rappresentato scene bibliche. Come scrive lo storico dell’ebraismo ottocentesco Heinrich Graetz,  “[l’]’uomo pagano percepisce il divino della natura che lo circonda attraverso l’occhio: ne è cosciente come qualcosa da osservare. Invece, l’ebreo concepisce il divino come qualcosa di esterno alla natura, di precedente la natura stessa. Il divino si manifesta con la volontà e viene percepito attraverso l’orecchio. Il pagano osserva la divinità: l’ebreo la ascolta.” La religione del tempo può allora essere collegata con l’arte del tempo: la musica che col suo ritmo lo scandisce, lo occupa, vive dentro di esso.

Vorrei citare un bellissimo passo dal primo libro dei Re (19, 11-12): “[e]d ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera.” Dio non si manifesta nel vento, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel sussurro di una brezza leggera (una traduzione più fedele al testo in ebraico potrebbe essere “il suono di un sottile silenzio assoluto”), un suono tenue, evanescente, una voce che si sente solo se la si vuole sentire.

La musica intesa come suono ha quindi il ruolo di mezzo tramite cui si manifesta la divinità. Ne consegue il rapporto col modo in cui la divinità si esprime: la parola.

Mentre nella cultura cristiana la musica è spesso vista sotto un aspetto seduttivo, comportando perciò restrizioni riguardo al suo uso in modo tale che non svii dalla parola, l’ebraismo collega a tal punto musica e parola che non esiste nelle funzioni religiose la lettura dei testi biblici senza la loro rispettiva musica. Allo stesso modo, la musica è vincolata al testo e ne costituisce il livello più alto della comprensione.

Dal punto di vista pratico questa relazione tra musica e testo è espressa tramite la notazione musicale che è accostata ai testi biblici: i cosiddetti te’amim, da “ta’am”, cioè “gusto”, perché danno gusto al testo. Solo nel IX secolo iniziano a comparire sui testi biblici i te’amim (che non appaiono mai, però, nelle pergamene di Torà), le cui origini sono molto discusse. Troviamo addirittura nel Talmud una disputa nella quale viene detto che i te’amim sarebbero stati dati a Mosè sul Sinai insieme alla Torà.

I te’amim non indicano note, le quali invece cambiano a seconda della tradizione locale: ciò che propriamente indicano è la punteggiatura, il collegamento tra le parole, indicando “virgole” o “punti”, e chiarendo, così, il significato in varie parti del testo. Possiamo prendere come esempio l’espressione presa da Isaia 40:3 “una voce nel deserto”, usata nella tradizione cristiana come il suono di una voce profetica. Il versetto dice “una voce grida nel deserto preparate la strada (…)”. In questo versetto in particolare vediamo l’importanza dell punteggiatura. Infatti la tradizione cristiana ha letto il versetto come “una voce grida nel deserto: preparate la strada”. Seguendo i te’amim, però, troviamo un ta’am dopo ‘grida’, ottenendo perciò “una voce grida: nel deserto preparate la strada”. Le due interpretazioni cambiano completamente il senso della frase.

Forse sarebbe più adeguato allora dire che la musica, che si basa sui te’amim, è collegata non solo alla parola ma piuttosto all’intera frase, al suo senso; potremmo quindi definire la musica ebraica logogenica, poiché nasce dal lògos, dal discorso.

Abraham Zvi Idelsohn, un grande studioso di musica ebraica, col suo fonografo registrò in Medio Oriente i canti sinagogali delle comunità orientali. Con le sue ricerche egli trovò profondi collegamenti tra i canti sinagogali (cantati quindi per leggere le preghiere) e la lettura dei testi biblici con i te’amim, giungendo anche a conclusioni azzardate: riteneva infatti che ci fosse un “antenato comune” a tutte queste tradizioni, che corrisponderebbe alla lettura dei testi svolta dai Leviti nel Tempio di Salomone.

Le conclusioni di Idelsohn ad oggi chiaramente sono molto criticate, ma la sua ricerca dà in qualche modo un senso a questa immensa tradizione di “musiche ebraiche”.

Che cos’è, dunque, la musica ebraica? Possiamo dire che è la musica della tefillà, della “preghiera”, è la musica che gli ebrei praticanti sentono ogni sabato nella sinagoga che frequentano; sono le melodie che vengono interiorizzate, un po’ come se “la voce di Dio”, espressa musicalmente, venisse interiorizzata. Ci restringiamo molto con questa definizione, escludendo tutte le canzoni di Matisyahu, i canti popolari, perfino il klezmer (anche se esso, derivando dalla musica sinagogale, non rimane completamente fuori), fino a giungere alla base di tutto quanto: la musica usata nel momento di preghiera, di dialogo con la divinità.

Tamar Levi

Un ringraziamento a Enrico Fink

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola e Beniamino Peruzzi

Bibliografia:

“Storia della musica ebraica”, appunti a cura di Enrico Fink.
*https://universitarianweb.com/2014/08/18/shabbat-la-sposa-la-principessa-la-regina/

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