Benin 2014 – Back to basics

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Cos’è il primitivo? Dal dizionario leggo: “proprio del periodo iniziale, delle origini”. E ancora: “uguale a com’era all’inizio, originario, primario”. Il termine mi si presenta anche nelle sue estensioni di “arretrato, rudimentale, ingenuamente semplice”. Adesso mi è chiaro: non devo andare in cerca di un significato poiché ne ho già avuto esperienza.

Il nostro viaggio comincia con un lungo trasferimento dalla costa del sud fino all’entroterra del nord del Paese. Stiamo viaggiando in Benin, Africa occidentale; siamo un gruppo di quattordici studenti, due professoresse e tre imprenditori. Lungo le strade di difficile percorrenza ci imbattiamo più volte in venditori, nomadi, nuclei rurali, motociclette e animali. La mia attenzione è rivolta soprattutto alle costruzioni che si ripetono identiche lungo il margine del percorso. Esse sono capanne di quattro pilastri in legno e una copertura in lamiera o paglia. La gente le usa come appoggio per la vendita; sono semplici bancarelle, orientate verso il fluire delle macchine. Andrebbero ripensate, o meglio: pensate davvero. Dovrebbero poter essere autosmontabili e quindi movibili. Due venditori su tre sono donne; vendono alle bancarelle ma si occupano anche dei bambini nelle capanne alle loro spalle. Se il lavoro è organizzato sulla strada, la vita risiede ai lati di essa, vicino alla natura, con cui proteggersi e avere riparo. Tutti hanno qualcosa da vendere e tutti vivono le stesse condizioni per farlo. Il nostro pulmino scorre veloce verso il villaggio d’arrivo, dove studieremo e porteremo progetti per una nuova architettura; ma dovremmo partire da qui. Le capanne dovrebbero essere pensate in maniera utile al lavoro e alla vita; per uno spazio che non sia solo riparo ma vendita e casa assieme. Donando una costruzione migliore, più gestibile e organizzata, si influenzerebbero le modalità/qualità di commercio e di sostentamento, di salute. Annoto tutto sul mio quaderno di schizzi e il viaggio continua.

Nei giorni a seguire mi accorgo di come quelle stesse osservazioni fatte in precedenza riguardino anche la realtà del villaggio dove siamo accampati. Trovo ancora le capanne dei venditori nella loro medesima struttura e posizione ma dietro ad esse non più rifugi ma ulteriori attività commerciali. L’offerta diretta di prodotti (frutta, pane, benzina in bottiglia) è rimasta fedele all’automobile, mentre quella dei servizi che richiedono una sosta (come il coiffeur, bar, centro telefonico) si avvale di case di terra ai lati della strada. Sui muri di esse sono riportati disegni colorati esplicativi delle attività che vengono esercitate all’interno; è così un’informazione immediata che identifica le costruzioni che si susseguono. Siamo di fronte a un’architettura di terra; ha un colore vivo, è molto dura al tatto ed è ricoperta di vari strati. I veri e propri nuclei abitativi quindi si sono spostati nell’interno del territorio e nella loro aggregazione vanno a formare lo sviluppo del vero e proprio centro urbano. Essi si distinguono per le loro dimensioni; quelli dei nomadi appaiono come un insieme di case di terra intorno a uno spazio aperto con una piccola tettoia per gli utensili da lavoro e gli animali, altri invece presentano alloggi maggiori, circondati da muretti e dotati di porticati. Ci viene spiegato come le dimore dei nomadi siano ovviamente provvisorie; esse ci mostrano un’architettura dei rudimenti: il rialzo da terra per l’aerazione, le pareti in terra, una copertura in paglia.

Durante la prima settimana di viaggio, al ritorno dal safari al parco del Pandjary siamo condotti in visita all’ospedale di Tanguieta, dove veniamo accolti da un medico italiano. Gli insegnamenti che ci impartirà Fiorenzo nel corso della visita saranno per me la maggior eredità dell’intero viaggio. E’ sempre importante capire come sia la buona architettura a condizionare la riuscita del lavoro in essa contenuta, in questo caso di un ospedale. L’irraggiamento solare non deve colpire i muri esterni in modo diretto; è possibile evitare questo contatto attraverso l’uso di verande; ed è così che camminiamo all’ombra di esse per muoverci all’interno del complesso. Siamo nell’Africa povera, l’architetto non può e non deve contare su risorse che richiedano esose quantità di denaro; la ventilazione deve essere naturale e quindi le aperture orientate in maniera opposta al moto del sole. Fiorenzo ci spiega anche come ci si debba calare nella realtà in cui si opera; non è possibile realizzare bagni interni all’ospedale. Questi devono essere esterni e “semplici”, alla turca. L’utilizzo che una persona del Benin farebbe del servizio non è lo stesso di un utente occidentale; l’africano considererebbe il wc come un trono, al quale preferire il pavimento. Non ci si rende conto del potere che si ha nella decisione di certe questioni fino a che non le si tocca con mano propria. L’esperienza all’ospedale è portatrice di grande entusiasmo in me: la voglia di aiutare e di partecipare alla creazione di strutture migliori.

Il primitivo mi si è dunque mostrato nella sua forma più pura. Spesso a lezione in università ci scordiamo di come le grandi opere studiate, le grandi invenzioni adottate siano in realtà frutto di una prima esperienza: quella dei pochi ma indispensabili elementi strutturali e dei materiali poveri ma diffusi. L’Africa ha il suo più grande lascito in me in questo contatto con il primario, che sia imposto dalla mancanza di risorse o ricercato dalla gente del luogo.
E’ sempre possibile ricondurre un’architettura ai suoi aspetti fondamentali di struttura, materiale e funzione. Questo ci appare evidente per le case di terra del Benin, ma dovrebbe anche esserlo per le grandi opere. Allora quando mi chiederanno il motivo del mio interesse per “una qualche architettura africana (se ce n’è una)” risponderò consapevole della lezione appresa.

Oliviero Martini

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