Dialogo inter-religioso e Palestina – Intervista al Rabbino Joseph Levi

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Gent. Rabbino Levi, in questa intervista, vorrei confrontarmi con Lei sul dialogo fra le grandi religioni monoteiste, con particolare riguardo alla situazione in Terra Santa e alla recente iniziativa di Papa Francesco di pregare insieme per la pace. Aver visto personalmente il muro che separa Israele dalla Palestina ha profondamente colpito e ferito la mia sensibilità umana. Per citare un vostro midrash: “Dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove. (…) Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate al mondo dal Creatore, e Gerusalemme ne ha ricevute nove”. Posso confermare che è vero. Per prima cosa, quindi, vorrei chiederle di aiutare noi ragazzi a capire quali sono le motivazioni che impediscono una soluzione pacifica a questa situazione ed in che modo la componente religiosa sia o meno di ostacolo.

Iniziamo, dunque, dal rapporto fra ebraismo ed islam, religioni che, per certi aspetti, sono sorelle. Infatti, non ci sono problemi teologici di fondo: entrambe credono in una divinità trascendente cui ci si avvicina attraverso i fatti e le azioni. La struttura teologica, quindi, è simile. In partenza fra ebraismo ed islam non ci sono stati contrasti profondi e questo è stato confermato più volte anche dalla mia esperienza in organizzazioni di dialogo interreligioso.

Per quanto concerne la Palestina, nome romano, la Terra d’Israele per gli ebrei, non è un problema religioso, ma storico-geografico. Il conflitto nasce più di 100 anni fa. Sotto il dominio dei turchi questo territorio era sottosviluppato e con una popolazione minima e sembrava essere, dal punto di vista arabo, un’area di possibile sviluppo e, dal punto di vista ebraico con i movimenti nazionali, una possibile soluzione per la diaspora e le masse di ebrei in Europa: nasce, così, il progetto di uno Stato per gli ebrei di tutto il mondo che, attraverso il consenso della comunità internazionale, dapprima del regno turco poi della dominazione britannica, è diventato un progetto politico condiviso dalla Società delle nazioni. Fino a dopo la prima guerra mondiale non era neanche un conflitto territoriale perché gli ebrei che arrivavano erano pochi; poi,pero’, iniziarono a crescere di numero e, dall’altra parte, nacquero i movimenti nazionali arabi che portano alla creazione dei moderni Stati della Giordania, dell’Iraq, della Siria e del Libano che tutt’oggi hanno grosse difficoltà a tenere insieme le proprie identità nazionali. Nasce il problema anche in Palestina, che, nello stesso momento, vede svilupparsi due popoli al proprio interno.

Un nuovo capitolo della storia si ha nel 1948, quando sorge uno Stato organizzato, dopo il trauma della shoa, che ha spinto il mondo ebraico ad adottare in maniera condivisa il progetto politico di uno Stato ebraico. Nel mondo arabo, invece, crebbe il senso di appartenenza nazionale e questo si sviluppò in un nodo nevralgico fra colonialismo e postcolonialismo. L’ONU decise di dividere il territorio fra due futuri stati nazionali, uno ebraico e uno arabo con una risoluzione, certamente non la più auspicabile sotto il profilo della gestione del conflitto fra gli stati nascenti, ma frutto di largo consenso da parte della comunità internazionale, questa volta delle Nazioni Unite. Qui iniziarono i problemi più seri, perché se il mondo ebraico con un realismo lucido accettò la decisione, dall’altra parte il mondo arabo, in particolare Egitto e Giordania, non acconsentì al programma, convinto di poter vincere la guerra e disinteressandosi della situazione dei palestinesi. Negli accordi di cessate il fuoco del ‘49 si concordò che questi territori a maggioranza palestinese passassero alla Giordania. Questo è l’equilibrio politico che in quel momento ha trovato la comunità internazionale. Nasce lo Stato d’Israele, con un consenso quasi unanime, ma non quello palestinese, e non per volontà d’Israele, ma perché gli Stati arabi avevano altri interessi.

Questo sistema funzionò nella politica locale e internazionale fino a che non nacque in seno alla popolazione palestinese, stanca del regime giordano, il movimento nazionale di liberazione della Palestina. Poi gli equilibri cambiarono con la Guerra dei sei giorni, combattuta non tanto fra Israele e gli Stati arabi, ma fra le due grandi potenze di quel momento, USA e Russia, che spinse gli arabi a schermagliare con Israele (i consiglieri militari del 66-67 in Egitto e Siria erano russi). Alla presenza di grossi interessi e al susseguirsi di episodi violenti, nel tempo tutto è diventato più complicato provocando un odio radicato nella gente. La religione, in tale contesto, è stata strumentalizzata per alimentare il conflitto geopolitico internazionale.

Lei ha partecipato alla preghiera per la pace in Vaticano dell’8 giugno 2014. Il Papa ha affermato: “Spero che questo incontro sia l’inizio di un cammino nuovo alla ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide”. Quale significato ha, secondo Lei, questo moto di intercessione di Francesco? Quale potrebbe essere il ruolo delle religioni in Palestina, in un momento in cui la diplomazia internazionale è in stallo?

Dunque, la ricerca di equilibri internazionali effettivamente non funziona; né l’intermediazione americana né quella europea riescono a trovare una soluzione. È un conflitto internazionale in cui le religioni sono, come abbiamo detto, strumentalizzate. L’idea del Papa, che condivido, è proprio quella di disinnescare questo interesse politico e lo sfruttamento dei linguaggi religiosi e creare un meccanismo opposto che favorisca l’unità e la condivisione dei valori religiosi e umani riguardo la guerra, i rapporti fra i popoli e l’umanizzazione del conflitto. È necessario scardinare l’idea che ci siano due entità che non possono dialogare fra loro e trovare una soluzione politica al conflitto.

La situazione della Terra Santa è forse l’aspetto emergente più violento di un problema di fondo, ossia di una concezione particolarista delle relazioni umane, che può manifestarsi nella prevaricazione delle maggioranze sulle minoranze o nella strumentalizzazione stessa dell’elemento religioso, come sta accadendo adesso in Iraq. “Per riprendere insieme il cammino di salvezza è fondamentale non ripetere gli antagonismi del passato”, scrive il Cardinal Martini. In questo, a mio modesto avviso, siamo ad un crocevia della storia. È possibile una terza via rispetto all’appiattimento o al sincretismo che può proporre un Occidente superficiale e ad una deriva particolarista e violenta? Quale dovrebbe essere secondo Lei l’atteggiamento dei leader religiosi?

Io spero di sì. Proprio a Firenze la stiamo creando. Il 26 giugno, ad esempio, proprio qui da noi c’è stato un incontro con le varie culture che vivono a Firenze e i loro rappresentanti si sono riuniti per parlare insieme, in un’atmosfera veramente bella, nei giardini della sinagoga, sul concetto di cittadinanza, di minoranza e di maggioranza.

Nasce soprattutto in Europa con la forte migrazione una nuova riflessione su quella che dovrebbe essere una società civile che contenga vari componenti e che riesca a fare spazio ad ogni gruppo religioso e culturale, musulmani, cattolici, ebrei, laici e così via. La cultura del futuro, per non ritrovarsi nella situazione del passato, non può che avere questo atteggiamento: la diversità è il dono più bello che il Signore ci ha dato; è sufficiente avere solo alcuni principi condivisi di base per la convivenza, un sistema etico di leggi e di controllo della società, un rapporto equilibrato con la natura. Tutte le grandi religioni stanno lavorando in questa direzione, anche la stessa Chiesa cattolica adotta come suo questo progetto e visione del futuro .

Come superare i particolarismi del passato e i conflitti, è difficile dirlo. I leader religiosi dovrebbero ricordare ai leader politici le loro responsabilità per le generazioni future e per l’esito politico del nostro piccolo territorio che chiamiamo globo. Io sono ottimista da questo punto di vista. Almeno dalla mia esperienza qui a Firenze, perché vedo che questa volontà c’è. Concludo con un proverbio ebraico: non è dovere tuo di cambiare tutta la realtà, né di essere responsabile per tutto il mondo; però, nello stesso tempo, non puoi esimerti dal fare il possibile per migliorarlo.

Vorrei ringraziarla ancora per la sua disponibilità e concludere questa intervista con una citazione, ancora del Cardinal Martini: “Vedo un grande monito ed una grande missione. Occorre affermare la propria identità non nella contrapposizione ma nella apertura e nella comprensione. Potremo capire meglio noi stessi quanto più ci sforzeremo di capire, amare, apprezzare tanti altri, anche molto diversi, cercando le radici dell’impegno comune”. Qual è o potrebbe essere il ruolo di semplici ragazzi e studenti come noi, anche e soprattutto nelle realtà locali, per creare quell’atmosfera di amicizia che è sempre il giusto sostrato per gestire le conflittualità di chi è depositario di culture ed interessi divergenti?

Condivido questa visione. Certamente è bene che i giovani, che vogliono prendersi la responsabilità per il mondo futuro, adottino questo punto di vista: è un arricchimento anche nelle realtà locali, senza un atteggiamento dall’alto di tolleranza o di imperialismo culturale, ma di ascolto e di crescita insieme. Quando qualcuno offre ad un altro uno spazio di dialogo sincero dove l’altro ha la possibilità di dire la sua, di farsi capire e di contribuire con la sua ricchezza particolare alla crescita della collettività, allora diventa parte della comunità. Io spero che anche con la nascita dell’idea dell’Europa – e vediamo che questo è difficile – si crei questa nuova cultura internazionale e moderna.

La crescita insieme, la creazione di una nuova cultura di ascolto e di curiosità sana, spero possano aiutare a comprendere che l’antropologia dell’uomo è molto più complessa di quanto le religioni in passato volevano presentare, ossia che vi è una sola via per guadagnarsi il mondo futuro: o quella o la morte spirituale. Bisogna uscire da questo concetto limitato e particolarista e offrire varie visoni fra le quali uno può scegliere, tenendo conto delle tradizioni di ogni gruppo e famiglia ma facendolo con libertà ed apertura mentale. Ci vuole un’educazione al dialogo ed all’apertura culturale, non per convertirsi o cambiare la propria tradizione, ma per viverla meglio e più pienamente, capendo che anche l’altro cerca di fare la stessa cosa e rendendosi conto che ognuno esprime le grandi difficoltà e i problemi della vita attraverso canali diversi. Tutti noi abbiamo un’intenzione comune: percorriamo un cammino spirituale alla ricerca di un senso spirituale della vita.

Arnaldo Mitola

Un ringraziamento a Tamar Levi

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