Il cinismo come ideologia – I feticismi d’una società (che si pretende) post-ideologica

Mercantilismo2

“A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici.” (Karl Marx, Il capitale)

Siamo abituati a pensare la nostra epoca come quella in cui tutte le grandi ideologie del passato sono superate, dall’etica aristocratica all’esaltazione religiosa, dall’irrazionalismo piccolo-borghese alle contrapposizioni da guerra fredda, come se solo oggi dopo millenni  fossero caduti tutti i veli illusori che mascheravano il “grado zero” della realtà, che finalmente ci si rivela apertamente. Laddove qualcuno vi fa ancora riferimento, in risposta si assume solitamente quell’atteggiamento che si usa definire “cinismo in senso moderno” (per distinguerlo da quello dei filosofi della Grecia antica), che si manifesta come un generale scetticismo rivolto verso la totalità di questi “mondi ideologici” a favore della “realtà nuda e cruda”, quella dei basilarissimi rapporti sociali ed economici, in cui i naturali egoismi non si nascondono più dietro occultamenti frutto di idealizzazioni, ma si rivelano nella loro essenza, nel bene e nel male. La critica di matrice illuministica non ha più niente da dire riguardo ad un atteggiamento di questo genere, anche perché esso non rappresenta altro che la sua ultima incarnazione storica, dal momento che tutto ciò che era da demistificare è stato oramai demistificato: le qualità simboliche attribuite agli oggetti (materiali, concettuali o spirituali) sono state mostrate come tali nella loro irrealtà.

V’è tuttavia il rischio di confondere l’orizzonte storico d’una certa forma di critica con l’orizzonte naturale (ovvero, in tal senso, trans-storico) di ciò che è effettivamente criticabile, e proprio questo s’intende suggerire con la citazione di Marx riportata al principio di questo articolo: muovendo da essa, infatti, ci è possibile operare un rovesciamento della detta critica illuministica, andando ad “estrarre” da quegli oggetti che siamo convinti ci appaiano come la semplice incarnazione di rapporti materiali l’effettivo carattere “magico”, metafisico, feticistico che essi assumono nei nostri confronti.

Nell’ottica di quel cinismo moderno siamo pronti a riconoscere con somma distanza la realtà dello sfruttamento esplicito del prossimo, della violazione di ogni vincolo etico (in quanto irreale), della natura finzionale di ogni sacralità e nobiltà; eppure, questo cinismo strettamente “materialista” – non sempre esplicitato – per il quale è pia fraus tutto ciò che esula dalla ricchezza, dal prestigio sociale, dal potere e dal piacere, necessita per la propria esistenza di sovrapporsi ad un atto di fede in piena regola, poiché tutto ciò, il nostro intero sistema economico, funziona solo a patto che si creda nel denaro e nelle regole del mercato, e che si abbia fiducia nel fatto che anche gli altri facciano altrettanto: il meccanismo è esattamente quello di un gioco, ma questo gioco costituisce oggi la nostra realtà su scala planetaria. L’esistenza del denaro come tale non è oggettiva, ma frutto di determinazioni simboliche, ha valore fino a quando tutti coloro che sono implicati nei rapporti che su di esso si basano glielo riconoscono, il che ne mostra la natura non dissimile da ciò che il cinismo moderno deride delle ideologie del passato: un monarca assoluto non era forse tale in virtù del fatto che tutti lo consideravano e trattavano come monarca assoluto?

Tutto ciò può anche essere concettualmente riconosciuto come “gioco” per mero buon senso, e anzi, chiunque può riconoscerlo non appena vi riflette con minima profondità, ma anche laddove ciò avvenga, questa consapevolezza non muta in alcun modo la sostanza della propria relazione col denaro, perché non è né interiorizzata come istanza capace di giustificare un certo abito comportamentale né estrinsecata in termini di azioni: pur sapendo di star giocando non si smette neppure per un attimo di giocare.

Possiamo allora dire che il denaro riveste il ruolo di feticcio stricto sensu, ovvero costituisce quell’oggetto che, investito di contenuto simbolico, permette effettivamente di guardare con distacco alla realtà, di accettarne pienamente la conoscenza senza subirne pienamente le conseguenze attraverso la mediazione garantita dalla sua presenza, alla stessa stregua d’un vedovo che elude i risvolti traumatici del proprio lutto, mantenendo un perfetto distacco, attraverso la conservazione d’un feticcio della moglie perduta.

Si badi che le conseguenze di tali processi non si arrestano ad un’errata intepretazione del reale, ma giungono ad una sua modificazione, anche ingente: su cosa si basano in definitiva le fluttuazioni del mercato azionario, se non sulle sue percezioni (giuste o sbagliate che siano) di coloro che vi prendono parte? E a sua volta le conseguenze che tali mutamenti comportano si ripercuotono sulla nostra intera esistenza, il che ci si manifesta chiaramente quando da crisi finanziarie si generano catastrofiche crisi economiche: si pensi, per dirne uno solo, al crack argentino del 2001. Questo ci permette inoltre di rilevare che l’acme di tale feticismo va verificandosi proprio oggi, nell’era del capitalismo virtuale; qui il denaro non è più un feticcio limitatamente al vecchio senso marxista – reificazione, oggetto materiale che occulta la sua mediazione sociale – poiché disincarnandosi in una dimensione digitale, assume il carattere di una realtà virtuale indistruttibile: se in origine, costituito dall’oro o simili, il denaro rappresentava il suo valore “in sé” e successivamente, come banconota, lo ha rappresentato come segno, rimando immanente, la sua trasposizione virtuale lo trasporterà in quella che potremmo chiamare (forse iperbolicamente) una dimensione trascendente; debiti e crediti abiteranno un empireo digitale, e le conseguenze di questo sono difficilmente prevedibili fino in fondo.

Quale conclusione trarre allora sulla caratterizzazione post-ideologica del nostro presente? Che è falsa, certamente, ma si può dire di più, che non c’è pia fraus più grande della nostra, quella che raccontandosi nega di raccontarsi: se Dio scendesse dal cielo circondato dalle coorti angeliche con cosmico splendore rivelando tonante al mondo di non esistere, voi gli credereste?

Bernardo Paci

Bibliografia:

Karl Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico in Opere filosofiche giovanili, a cura di Galvano della Volpe, Editori Riuniti, Roma 1974.
Karl Marx, Il capitale (Libro I*), a cura di Delio Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1974.
Slavoj Žižek, In difesa delle cause perse, traduzione di Cinzia Arruzza, ed. Ponte alle Grazie, Milano 2013.

Immagine:

http://www.lintellettualedissidente.it/uneconomia-strozzata/

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