Lex orandi, lex credendi – La distruzione della Liturgia

Mysterium_Fidei

Civitella del Tronto, 8.III.2014

L’adagio lex orandi, lex credendi esprime la relazione che intercorre tra fede e liturgia. Il suo significato è chiaro quanto complesso: è necessario vivere l’azione liturgica come mistero della fede autenticamente celebrato. Dunque vi è un Dio che dona la fede come approccio allo strumento redentore, altrettanto divino, della lex orandi; ne consegue che la legge della preghiera genera e conferma alla fede, che pure la presuppone.
“La sorgente della nostra fede e della liturgia eucaristica, infatti, è il medesimo evento: il dono che Cristo ha fatto di se stesso nel Mistero pasquale” (Bendetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 34). È un’identità: lex orandi, lex credendi, in quando ordini simbioticamente congiunti.

Che cos’è, perciò, la Liturgia? Una delle definizioni più complete è quella della “Mediator Dei” di Pio XII, il quale osserva: “La Santa Liturgia è il culto pubblico che il nostro Redentore offre al Padre come Capo della Chiesa; è anche il culto offerto dalla società dei fedeli al suo capo, e, a mezzo suo, al Padre: è il culto integrale del Corpo Mistico di Gesù Cristo, vale a dire del Capo e delle membra”. Possiamo distinguere due diversi aspetti: il culto interiore, della fede personale e il culto esteriore, pubblico, riuniti e perfettamente sintetizzati nell’azione liturgica.
La natura della Sacra Liturgia è quella di essere il tempo ed il luogo in cui Dio si manifesta al suo popolo, riunito per rendergli culto in modo ecclesiale. Dio, infatti, si trova soprattutto lodandolo, non solo riflettendo teoricamente su di lui. Cosicché la liturgia non è qualcosa di costruito da noi, di inventato per fare “esperienza religiosa”, ma è il cantare con il coro delle creature ed entrare nella realtà del cosmo.
Ancora Benedetto XVI ammonisce: “Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor.” (Sacramentum caritatis, n. 35).
Per questo la liturgia deve stimolare la ricerca di Dio, l’incontro con il Signore e la conversione a Lui. Lo vediamo pragmaticamente nel momento della Liturgia Eucaristica in cui il celebrante ci invita con il Sursum corda e noi, giustamente, rispondiamo Habemus ad Dominum: il centro della Santa Messa è proprio il Dio-che-si-rivela, il Dio-con-noi (Emmanuele), non noi, sui figli, e nemmeno colui che agisce in persona Christi, il sacerdote.
In merito all’essenza ontologica della liturgia, la Costituzione sulla sacra Liturgia del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium recita: “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore” (n.10). In successivi documenti conciliari e nel magistero di Benedetto XVI, si è teso più propriamente ad anteporre il termine “fonte” al termine “culmine”, proprio per restituire il giusto ordine di precedenza in virtù del quale possiamo comprendere maggiormente l’azione liturgica. Infatti, solo considerando la primigenia istituzione della liturgia da parte di Cristo, ci è dato al contempo comprenderne la tensione dell’azione ecclesiale verso essa, rigeneratrice e redentrice. C’è, per dirla con Benedetto XVI, un influsso causale dell’Eucarestia alle origini stesse della Chiesa; quell’Eucarestia che ogni volta e continuamente ci edifica come “corpo mistico di Cristo”.
Fatta questa breve premessa, è opportuno soffermarsi sull’importanza particolare che la Tradizione ha per la liturgia: questa infatti ha la capacità di vincolarci, oggi, all’impostazione di ieri quale valore permanente, proprio perché il Cristo ci ha spiegato una volta e per tutte Dio partendo da un pane e da un calice: nel ripetere quel gesto, in memoria sua, riportiamo Dio presente e visibile agli uomini di ogni tempo. Ed è proprio questo il “nucleo forte” della liturgia: la richiesta di affidarci al genitum, non factum e mai fattibile dall’uomo, per rendere possibile la nostra azione.
La liturgia è la forma con cui si coglie tutta la realtà e il suo senso stabilmente. Realtà e senso che non possiamo darci o farci, ma che ci sono dati perché fatti: Tradidi quod et accepi (1 Cor. 11, 23). La liturgia si riceve dalla tradizione: un dono ricevuto ed essa stessa tradizione. E la liturgia, pervenutaci da quella tradizione che ha la divina matrice nel Cenacolo, ha una capacità simbolica, dal greco symbàllein, di “unire”, di “mettere insieme” visibile ed invisibile.
Per tanto la liturgia è volgersi a Dio per glorificarlo: questo lo ricorda proprio la direzione della preghiera versus Deum, ad oriente. Tale risalente usanza, di rivolgersi verso est in preghiera, è ben spiegata da Origene nel suo trattato Sulla preghiera (De oratione): “Si deve aggiungere qualche osservazione sulla direzione verso la quale dovremmo rivolgerci pregando. Ci sono quattro punti cardinali: nord, sud, est, ovest. Dovrebbe essere subito chiaro che la direzione del sole nascente indica ovviamente che dovremmo pregare rivolti da quella parte, un atto che simboleggia l’anima che guarda verso dove nasce la vera luce”. Di norma, la direzione ad Oriente determinò anche la posizione del celebrante all’altare: si andò stabilizzandosi ben presto la collocazione di chi celebrava tra l’altare e la congregazione, in modo anch’egli potesse celebrare il sacrificio Eucaristico rivolto verso dove-nasce-la-vera-luce.
L’importante tradizione in discorso è stata progressivamente demolita (insieme con splendidi altari!) dallo spirito postconciliare, rendendo la liturgia mutila di uno di quei simboli visibili che più richiamano il mistero ed invitano al raccoglimento. In questo caso non si tratta di errata esegesi di norme conciliari, proprio perché di una riforma in tal senso non vi è traccia nella già citata Sacrosanctum Concilium. Soltanto l’Istruzione Inter Oecumenici, del 1964, promulgata in attuazione della Costituzione liturgica, si è limitata a “suggerire” e non ad imporre la forma dei nuovi altari e la celebrazione versus populum. Perché mai la solerzia degli alfieri conciliari e postconciliari si è spinta ad un tale non senso? Andando tra l’altro ad imporre una così macroscopica differenziazione tra celebrante e assemblea nell’azione liturgica. Si potrebbe forse azzardare, senza temere di essere troppo distanti dal vero, che un sempre maggior desiderio di protagonismo da parte degli officianti le sacre funzioni, a scapito dell’unica centralità divina, si sia progressivamente affermato nella prassi liturgica, riverberandosi innanzitutto nel cambiamento di posizione del celebrante (per non parlare di “prassi” come l’omelia-siparietto del sacerdote, la stravaganza dei sacri parati, il cambiamento dei confessionali, e quindi delle confessioni, non più nel discreto rispetto dell’anonimato della grata, ma vis a vis…tralasciando il capitolo sulla fine che hanno fatto le vesti talari e sulla relativa opportunità di certi indegni sostituti).
Tito Casini, ne La tunica stracciata, commenta così l’avvenuta rivoluzione: “un rito che pervertiva, ai piedi di un altare invertito, una tradizione da tutti amata”.
Per quanto concerne un altro segno del sacro e del santo, il nostro amato latino, andato purtroppo sempre più perdendosi nella tradizione liturgica, corroborando quella distruzione della liturgia che con rammarico avvertiamo, è necessario puntualizzare quanto fosse nell’intenzione conciliare. L’articolo 36 della Costituzione Sacrosanctum Concilium regola il problema del latino: “Linguae latinae usus, in Ritibus latinis servetur”. Notiamo che il verbo «servare» ha il doppio senso di «osservare» e di «conservare»; la traduzione del disposto in italiano è stata: “L’impiego della lingua latina, sarà conservato nei riti latini”, dando spazio all’ambiguità di una concessione fatta al latino, e non di una normazione impositiva (“L’impego della lingua latina, sarà osservato nei riti latini”). Lo storico francese Salleron così interpreta la determinazione a superare il latino: “I novatori vogliono la totale sostituzione del volgare al Latino, non tanto e non solo perché le cerimonie sarebbero così più intelligibili, ma per affermare chiaramente e senza equivoco che il passato è liquidato e con esso la tradizione”.
In merito alle incisive interpretazioni ed attuazioni della riforma conciliare, paradigmatica è la posizione, espressa pubblicamente nel 1966, delle comunità cattoliche americane composte da ex-protestanti, i quali notano: “Questo nuovo indirizzo della liturgia ci riporta alla vecchia chiesa e ci toglie quel senso di tipica devozione cattolica che tanto ha influito sulla nostra conversione”.
Nella disarmante e sempre maggiormente deteriore situazione descritta, un punto di svolta è stato segnato da Motu proprio “Summorum Pontificum”, che, nel pieno spirito ratzingeriano di “ermeneutica della continuità” rispetto al Vaticano II, s’impone di ristabilire pienamente “due espressioni della lex orandi della Chiesa”, il Messale Romano di Paolo VI e il Messale Romano di San Pio V riedito dal Beato Giovanni XXIII, che “non porteranno in alcun modo ad una divisione nella lex credendi della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico Rito romano”.
Quanto espresso dal documento del pontefice Benedetto XVI, oltre a fugare a qualche perplesso liturgista il dubbio che il così detto Vetus ordo non sia mai stato abolito, ha ridato ad una gran quantità di parrocchie, di sacerdoti, di popolo di Dio la possibilità di ovviare alla demolizione della Sacra Liturgia tornando alla “Messa di sempre”, senza dover sottostare all’autorizzazione di coloro, taluni Vescovi, che quella distruzione hanno messo in atto o contribuito a perpetrare.
Degno di nota, e riassuntivo delle riflessioni portate in luce, è il passaggio riservato alla Liturgia nel libro di Padre Michel-Marie Zanotti-Sorkine nel suo ultimo libro I tiepidi vanno all’Inferno:
“Nel momento del Sacrificio, non una parola né un gesto in sacrestia. La vittima e il prete si preparano. Corporale, purificatoio, manutergio, senza difetti, bianchi candidi, è il minimo per l’Agnello! Usciresti con indosso una camicia con le maniche e il collo sporchi? Che gli ornamenti siano all’altezza di quelli che il direttore d’orchestra e i musicisti indossano per una serata di gala all’Opéra di Parigi o la Staatsoper di Vienna. Ed è ancora troppo poco sapendo quale sinfonia fantastica dirige il prete! Vestendo gli ornamenti per la celebrazione della santa messa, ricordati che il tuo essere, in se stesso e per come appare, deve far piombare il Cielo sulla terra. (…) Lo urlerò fino alla morte alla nostra umanità sensibile: è attraverso la forma che si accede al fondo che rivela.”

Guido Scatizzi

Bibliografia:

BENEDETTO XVI, Sacramentum caritatis, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007.
NICOLA BUX, La riforma di Benedetto XVI – La liturgia tra innovazione e tradizione, Piemme, Casale Monferrato 2008.
TITO CASINI, La tunica stracciata, Carro di San Giovanni, Firenze 1968
ROBERTO DE MATTEI, La liturgia della Chiesa nell’epoca della secolarizzazione, Solfanelli, Chieti 2009.
UWE MICHAEL LANG, Rivolti al Signore – L’orientamento nella preghiera liturgica, Cantagalli, Siena 2006
GUIDO MARINI, Liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013.
LOUIS SALLERON, La sovversione della liturgia, Volpe, Roma 1968.
MICHEL-MARIE ZANOTTI-SORKINE, I tiepidi vanno all’Inferno, Mondadori, Milano 2014.

Immagine:

http://www.corsiadeiservi.it/it/default1.asp?page_id=235

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