Dinamiche tra una minoranza e una maggioranza – Il giardino di rose rinascimentale

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A partire dal XIX secolo, con lo storico svizzero Jacob Burckhardt si considera il periodo in Italia tra il 1350 e il 1550 un’epoca di rinascita, di ritorno al mondo classico, di fioritura culturale: il Rinascimento. A Firenze alla corte dei Medici tra gli svariati filosofi si iniziano a riscoprire testi antichi, a tradurre Platone in latino, a dedicarsi maggiormente a questo mondo antico, ritornando indietro nel tempo. In tali circostanze nasce un interesse anche verso lingua ebraica, in quanto lingua in cui è stato scritto l’Antico Testamento, e la kabbalà (termine usato per indicare insegnamenti mistico-ebraici già diffusi a partire dal XII secolo), in quanto saggezza antica.

La società ebraica dell’epoca, pur mantenendo un’identità molto legata alla propria cultura originaria e un legame forte con le tradizioni, comincia ad integrarsi nella società fiorentina del periodo, nella quale l’arte e il sapere fioriscono sempre di più, sebbene questo fenomeno potrà purtroppo durare poco tempo. I motivi di quest’improvvisa integrazione sono più d’uno e di natura differente tra loro. Innanzitutto, nel sud Italia il rapporto con gli ebrei era peggiorato a causa di una maggiore competizione e dell’aumento delle varie divergenze dovute alle differenze tra le religioni. Questo portò quindi a una situazione in cui per le persone di credo ebraico i campi lavorativi diminuivano sempre di più sotto l’aspetto sociale (esclusione dalle gilde), agricolo (divieto di possedere terre) e commerciale. Gli ebrei erano, quindi, in cerca di lavoro; al tempo stesso l’economia progrediva, e con questo aumentava la necessità di concedere prestiti, un’azione però vietata dalla Chiesa. Dal momento che la società ebraica non segue la Chiesa, inizia ad occuparsi di questo campo: nasce così un legame economico tra gli ebrei ed il potere; nonostante ciò, aumenta l’antisemitismo per la trasgressione delle regole imposte dal maggior potere religioso del tempo.

“Ma ciò che più interessa è, ovviamente, la connessione tra le diverse culture. Il nodo vivo e operante, anche per quanto riguarda l’ebraismo, sul finire del Quattrocento, sarà l’Accademia Platonica che, posta sotto l’egida del Magnifico Lorenzo, diverrà subito luogo di incontro degli uomini di cultura più in vista dell’epoca, il Ficino, Pico della Mirandola, il Poliziano, il Pulci, ecc. Qui fioriscono gli studi delle lingue classiche – il greco e il latino – qui ci si avvicina all’arabo e all’ebraico, qui si studiano i testi che recano la testimonianza della saggezza propria di questi mondi disparati, qui, in una appassionata e libera discussione a cui tutti danno un loro contributo, se ne ricerca una possibile sintesi.” (Breve storia degli ebrei toscani, Le Lettere, Roberto G. Salvadori).

Torniamo quindi a parlare del fenomeno menzionato in precedenza, che può essere visto come una seconda soluzione per trovare lavoro – l’interesse nella lingua e negli insegnamenti ebraici ha, come conseguenza, la necessità di trovare maestri ebrei istruiti. Le figure maggiormente note e con un notevole interesse all’ebraismo sono, senza dubbio, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Il primo trova, nei testi ebraici, un supporto alla sua tesi, da cui nasce la sua opera più importante – la Theologia platonica, concentrata sull’anima concepita come entità intermedia tra la spiritualità e la materia, come un punto di legame tra l’infinito e il finito. Analogamente a uno dei molti aspetti che si possono ritrovare nei Dialoghi d’amore di Leone Ebreo, Ficino parla di un’anima che, come l’eros, si eleva progressivamente verso Dio, secondo una scala ascensionale platonica. Come si lega questo all’ebraismo? Ficino spera di riuscire a giungere, unendo pensiero classico e fede cristiana, a una “religione universale” che possa accomunare tutti gli uomini nell’approvazione di un’unica verità. Impara quindi l’ebraico e si interessa particolarmente al misticismo della kabbalà, nel quale ritrova molti aspetti neoplatonici.

In Pico della Mirandola si può trovare un legame ancora più stretto con l’ebraismo, il quale, come Ficino, ritrova, nel corso dei suoi studi biblici e cabalistici, fonti a sostegno delle proprie tesi. Il suo messaggio universalistico, visto anche come un vero e proprio “inno alla libertà”, può infatti essere tranquillamente sostenuto anche da persone di religione ebraica. Pico immagina, infatti, che dopo aver creato il mondo, le piante e gli animali, Dio avesse creato l’uomo e gli avesse detto: “Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, e cioè verso i bruti: tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti all’altezza delle cose superiori, e cioè divine”.
Insegnanti di Pico della Mirandola sono Elia del Medigo e Jochanan Alemanno. Studioso di filosofia di tendenza averroista, il primo conosce Pico all’università di Padova e lo aiuta nello studio e nelle traduzioni delle opere di Averroè. Il secondo, invece, aiuta Pico nel perfezionamento delle conoscenze dell’ebraismo. Cresciuto a Firenze e inserito nell’ambiente filosofico e letterario dell’Accademia platonica, Alemanno scrive, sollecitato dallo stesso Pico della Mirandola, un commentario al Cantico dei Cantici, in cui descrive le virtù che un uomo deve possedere per far sì che la sua anima possa ricongiungersi a Dio.

Troviamo, quindi, una minoranza che da una parte cerca di mantenere intatte le proprie tradizioni, che si tiene nell’ombra, schiacciata da una maggioranza da cui viene spesso vista in modo ostile; dall’altra, specialmente in periodi storicamente ben definiti, si ritrova un’apertura notevole verso l’altra cultura. Si instaura, quindi, un dialogo e uno scambio profondo di idee, col rischio di non riuscire a mantenere queste tradizioni (come accade ad esempio al giovane Clemente, che fu persuaso da Pico della Mirandola a convertisti al cristianesimo), ma con risultati di natura molto più aperta – sia Ficino che della Mirandola parlano di concetti universali, in cui anche gli ebrei si possono rispecchiare.

“La diaspora ebraica è un fatto certo, ma la sua interpretazione è assai controversa. Per lungo tempo hanno prevalso le spiegazioni teologiche: quella di parte cristiana, secondo cui si sarebbe trattato dell’effetto di una maledizione divina (si pensi alla leggenda popolare dell’ “ebreo errante”) e quella di parte ebraica, secondo la quale il fenomeno sarebbe stato voluto da Dio a fini di propagazione del monoteismo. Queste affermazioni, non più accettabili, oggi, in sede di analisi storica e sociale, hanno lasciato il posto ad altre teorie che sono, però, ancora lontane dall’offrirci una soluzione del quesito univoca e convincente, anche perché la diaspora appare talvolta volontaria e talvolta coatta” (Breve storia degli ebrei toscani, Le Lettere, Roberto G. Salvadori).

Talvolta volontaria e talvolta coatta, un miscuglio bellissimo e vario e al tempo stesso una convivenza difficile, un giardino di rose differenti tra loro, tutte meravigliose ma talvolta di colori che accostati danno fastidio a un occhio abituato a vedere sempre le stesse varietà di colori, oserei aggiungere.

Tamar Levi

Un ringraziamento a Shulamit Furstenberg

Bibliografia:

Breve storia degli ebrei toscani, Le Lettere, Roberto G. Salvadori
The Jews of Florence, Giuntina, Roberto G. Salvadori
http://it.wikipedia.org/wiki/Cabala
http://www.nehamaman-arts.com/1489148815121509-1492151014971493151214971501-2.html

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