Il peccato originale – Il dibattito fra Agostino e i Pelagiani

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Nella storia della cultura occidentale, non solo teologica, per “peccato originale” (originale peccatum), a livello terminologico, si intende il peccato primitivo di Adamo, il peccato dei primi nostri genitori che ricadde poi su tutta l’umanità. Peccato originale si può intendere come peccato originato, ovvero un peccato che ricade per eredità sui discendenti, oppure originario e speciale, ma mai ricevuto alla nascita dai genitori. Quando questo termine venne utilizzato dai latini, inizialmente ebbe il valore di peccato primitivo, ma con Agostino e poi con tutti gli altri medievali iniziò la bivalenza, primitivo-ereditario: era indicato sia l’atto peccaminoso di ribellione, ma soprattutto era indicata la caratteristica dell’ereditarietà. Quando ci si riferiva al peccato originale si faceva riferimento alla condizione di peccato in cui tutti gli uomini nascono, mentre quando si voleva indicare il peccato specifico di Adamo venivano usate espressioni come “peccato del primo uomo”. Vi fu un ampio dibattito sulla questione, in particolare dell’ereditarietà del peccato originale, tra Agostino e Pelagio, che si estese a una diatriba sull’idea stessa di peccato, e che si concluse nel 418 nel concilio di Cartagine con l’assunzione della posizione di Agostino e la condanna come eretici dei pelagiani. Questo dibattito, che ad alcuni potrebbe sembrare un’inutile speculazione su una questione oziosa, ha avuto in realtà una grande importanza fino ai giorni nostri. Gli studiosi moderni hanno riflettuto sull’originalità della posizione di Agostino riguardo all’ereditarietà del peccato originale, se quindi egli sia stato un innovatore o solo l’espressione più forte di una teoria precedente. Molti lo tacciarono di una ripresa del manicheismo che aveva abbandonato per poi convertirsi al cristianesimo. Attualmente si è d’accordo sul fatto che Agostino sia stato un innovatore, sebbene si possa far derivare la sua idea da una tradizione popolare e liturgica di influenza giudaico-cristiana che considerava lo stesso atto generatore vizioso e portatore di peccato, fondamento dell’encratismo: perpetuando la vita si perpetua la morte e quindi la riproduzione è comunque radicalmente peccato.

Pelagio era portatore di una sorta di umanesimo cristiano. Nella sua idea ogni uomo nasceva innocente, come tutte le opere del creatore, ma con la capacità di compiere il male, grazie al dono del libero arbitrio: Dio ha infatti voluto che l’uomo spontaneamente seguisse i suoi comandi, e dunque ognuno è responsabile delle proprie azioni ed è meritevole di punizione o ricompense a seconda delle azioni che compie. L’uomo può scegliere il bene poiché Dio conferisce ad ogni nuovo nato una sorta di santità naturale nella parte più alta dell’animo che gli consente di discernere il bene e il male, ma, punto importate, il bambino, quando ancora non ha raggiunto l’età della ragione, è innocente. Quindi, nella questione dei morti infanti, i bambini non battezzati, seppur si potevano ritenere non degni della vita eterna, sicuramente non andavano all’inferno (non esisteva tuttavia ancora l’idea di un limbo e Pelagio rimaneva vago sulla loro sorte, limitandosi ad affermare con sicurezza che non venivano puniti; probabilmente li rimetteva alla grazia di Dio). Estendendo la sua idea ad una discussione sul peccato in generale, i pelagiani sostenevano che il peccato non poteva essere che un atto volontario, ovvero la libera scelta di ognuno di ribellarsi a Dio e non poteva trasmettersi ad altri se non come cattivo esempio (Adamo quindi sarebbe cattivo esempio, “principio di peccato” per gli altri uomini): se non ci si può astenere dal peccato non è volontario e se non è volontario non è peccato. La posizione dei pelagiani ebbe molto successo inizialmente ma si rivelò ben presto pericolosa per la chiesa e per l’ordine sociale: anzitutto molti nobili, per procurarsi il Paradiso con le opere buone, rinunciarono ai loro patrimoni iniziando un fenomeno di distribuzioni donative ai poveri, il che causò vari tumulti; inoltre, se ognuno veniva giudicato unicamente in base alle azioni che compiva in vita, veniva meno la assoluta libertà di Dio, ovvero Dio avrebbe dovuto sottostare a un principio di giustizia che, seppur posto da lui, lo avrebbe vincolato; il punto più importante e pericoloso era però che, se la posizione di Pelagio fosse stata assunta, sarebbe venuta meno la funzione di mediatrice della grazia di Dio da parte della Chiesa.

Intervenne dunque Agostino, sostenendo che tutti gli uomini sono eredi del peccato originale e quindi peccatori, né sono le azioni buone a salvarli, ma la grazia di Dio, mediata dalla Chiesa. Alle argomentazioni sul peccato Agostino rispose che la definizione pelagiana valeva solo per Adamo: Adamo ha peccato volontariamente. Tutti noi saremmo dunque nati nel peccato e sia i mali che subiamo, come le malattie, sia addirittura il male che facciamo, il peccato, sono conseguenza del peccato originale. I bambini poi, senza dubbio, se non sono rigenerati dal battesimo non possono che subire la dannazione eterna. La posizione di Agostino è da lui argomentata ampliamente. Anzitutto egli ricorda le condizioni del congiungimento carnale, che dopo la caduta è sempre collegata alla libido carnale e scissa dalla ragione: dalla caduta solo Cristo, per il suo straordinario concepimento virginale, è esempio di purezza, e perciò ogni nuovo nato è macchiato dalla colpa. Riguardo alla questione del destino dei morti infanti, i pelagiani accusarono Agostino di essere una sorta di torturatore di infanti innocenti, in quanto un Dio non potrebbe mandare all’inferno dei bambini privi di colpa, poiché sarebbe massimamente iniquo. Agostino tuttavia rigira l’argomento tacciando i pelagiani di iniquità, poiché i bambini, come si sa, sono molto sofferenti, e, dall’assunto che la sofferenza è conseguenza della colpa, allora i bambini sono colpevoli, sennò se fossero innocenti non dovrebbero soffrire e Dio li farebbe soffrire senza ragione. Ricorre poi all’esempio del pedobattesimo del cristianesimo africano, che era un rito esorcistico: se il bambino viene esorcizzato vuol dire che è già colpevole. Questa concezione del bambino che nasce peccatore, una volta che la posizione di Agostino fu adottata come quella ortodossa, ebbe come conseguenza l’assunzione della pratica del battesimo infantile, che è giunta fino a noi, mentre prima ciò accadeva di rado e le persone si battezzavano volontariamente nell’età della ragione.

Un altro aspetto interessante è il modo con cui Agostino spiega la trasmissione del peccato. Inizialmente egli mostra simpatia per la dottrina del traducianesimo, della trasmissione dell’anima di padre in figlio “come da una sola candela se ne accendono altre”, quindi le anime sarebbero propago (lessico botanico) del peccato a livello biologico. Questo poneva dei problemi, perché non si poteva pensare l’anima, che deve essere individuale e incorporea, come propagine dell’anima dei genitori, perciò Agostino finisce per assumere una posizione agnostica sul problema dell’anima: l’importante è che qualunque risposta si dia, non sia tolta la validità della sua teoria di trasmissione del peccato. La risposta che diedero poi i medievali fu che l’anima immediatamente viene guastata dal contatto con il corpo, perché è esso che mantiene il peccato originale. L’altra versione è che il seme, prima puro, ora contaminato, si sia trasmesso ai figli ed è quindi attribuito al seme di Adamo la possibilità di diffondere un vero e proprio contagium di padre in figlio, e si arrivò a sostenere che si trasmettano a tutti i discendenti non solo il peccato di Adamo ma anche i peccati degli altri padri, anche se con un legame meno forte, cosa sostenuta basandosi su altri passi del Pentateuco.

Per Agostino le conseguenze immediate del peccato di Adamo furono l’impulso sessuale (libido e concupiscenza) che prima i genitori non percepivano (per questo Adamo ed Eva si coprirono) e l’altra conseguenza fondamentale fu la morte. Un pelagiano, Giuliano, si radicalizzò in una posizione di difesa della concupiscenza (per questo egli fu definito laudator concupiscentiae). Egli, contro Agostino, esalta questo desiderio che penetra tutta la natura e porta alla celebrazione della vita e alla generazione. La concupiscenza è un impulso naturale che accomuna i viventi e quindi non è assolutamente niente di negativo, e sarebbe presente anche nell’Eden.

Agostino nel XIII libro del De civitate Dei spiega quale fu il peccato dei protoplasti: la superbia di collocarsi sullo stesso piano di Dio. Di fronte a questo peccato la punizione consiste nel contrappasso: l’uomo che non ha voluto essere servo di Dio, non sarà più padrone della sua anima, la sua parte superiore, e vi sarà una ribellione della carne, la usa parte inferiore. Mentre l’uomo originariamente avrebbe potuto non morire, per il fatto che la sua anima era padrona del corpo e quindi capace di contenerlo, tenendolo insieme (il corpo era concepito come composto da elementi che tendono a disgregarsi e sono tenuti uniti dall’anima), ora questa ribellione del corpo porta a tutte le sofferenze (fame, sete, malattie) e infine alla morte. Infine l’anima è incapace di contenere la propria sessualità, e la concupiscenza è la dimostrazione che non si può contenere con la ragione le proprie passioni. Vi è quindi in conseguenza della caduta una dissociazione tra mente e corpo segno di decadenza e corruzione della natura umana. Ci si può chiedere se la concupiscenza, prodotto del peccato di Adamo, sia essa stessa il peccato originale, e per molti secoli verrà letto Agostino nella convinzione che egli sostenesse l’identità tra peccato originale e concupiscenza. Egli in realtà non parlava di identità, ma in ogni caso è vero che considerava come aspetto materiale del peccato la concupiscenza. L’influenza di Agostino fu enorme, nonostante che la sua posizione radicale venisse spesso attenuata, a partire in particolare dal tardo Medioevo, e, come spero si noti, le conseguenze dell’esito del dibattito tra Agostino e Pelagio sono rilevanti addirittura oggi all’interno della fede cristiana riguardo a pratiche come quella del battesimo infantile e ad un certo sguardo particolarmente negativo nei confronti della – tanto criticata da Agostino – concupiscenza.

Beniamino Peruzzi

Bibliografia: 

Luciano Cova, Il peccato originale: il dibattito fra Agostino e i pelagiani, Conferenza Unipv, Pavia, 14-03-14

http://costanzamiriano.files.wordpress.com/2012/07/cappella-sistina-peccato-originale.jpg

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