Un alternativo modello di sviluppo – Le quattro tigri asiatiche

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Una delle più famose ‘success stories’ che si possano raccontare oggi in campo economico è senza dubbio quella delle ‘quattro tigri’ asiatiche ( o ‘quattro dragoni’ come vengono chiamati in Cina). Le quattro tigri sono quattro paesi situati nel sud-est del continente asiatico che tra il 1950 e il 1996 si sono rese protagoniste di un vero e proprio miracolo economico. Queste nazioni sono state le prime non occidentali ad avviare un fiorente processo di industrializzazione e hanno rappresentato un importante punto di riferimento per lo sviluppo odierno dei cosiddetti ‘BRICS’ e ‘Next eleven’.  I paesi in questione sono: Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud. Negli anni ‘50 tutti e quattro versavano in una condizione di estrema povertà, questi paesi erano infatti usciti devastati dal secondo conflitto mondiale, la Corea del Sud in particolar modo, tra il 1950 e il 1953 era stata impegnata anche in una sanguinosa e dispendiosa guerra con gli Stati Uniti.

 Il contesto iniziale non prometteva dunque niente di buono. È necessario anche sottolineare il fatto che i quattro paesi in questione non erano particolarmente dotati di nessuno dei classici fattori di sviluppo che hanno portato i paesi occidentali al decollo industriale: un consistente numero di lavoratori che potessero spostarsi dal settore primario al settore secondario ( in seguito anche al terziario) e/o abbondanza di terre. Non sembrava dunque possibile per questi Stati intraprendere un ciclo di sviluppo, nè di tipo intensivo, ovvero incentrato sull’innovazione tecnologica, nè estensivo, caratterizzato invece dall’assenza di sviluppo tecnologico ma da un aumento di tipo quantitativo dei fattori produttivi utilizzati. I quattro stati versavano in una condizione di profonda arretratezza, la principale fonte di ricchezza era rappresentata dal settore primario, pochissime erano le industrie, presenti soprattutto a Taiwan e in Corea del Sud – questi due paesi infatti avevano risentito particolarmente del roboante sviluppo industriale del Giappone. La storia economica europea e americana ci insegna che per intraprendere un felice processo di industrializzazione sono necessarie alcune caratteristiche (oltre alle sopra citate forza lavoro e territorio): abbondanza di materie prime, vicinanza a importanti centri finanziari, grandi corsi d’acqua, molti porti, etc. Ebbene, nessuna delle quattro tigri eccelleva in queste caratteristiche: erano tutte nazioni moderatamente piccole, poco popolate, prive di materie prime e, come già detto, uscite dalla seconda guerra mondiale in condizioni disastrose. Presentavano però alcuni vantaggi comuni: la popolazione, sebbene di entità esigua, era caratterizzata da un discreto livello di alfabetizzazione (molti erano cinesi colti fuggiti dal paese natale a causa dell’azione militare del Giappone) e su di essi non gravava il pesante fardello di un’agricoltura arretrata: gli abitanti di questi paesi infatti ( in particolare coloro che vivevano ad Hong Kong e Singapore) non potevano contare su una quantità infinita di terreno, come, invece, era accaduto agli americani e ai russi, ed avevano quindi dovuto puntare su un modello di sviluppo agricolo di tipo intensivo, basato su innovazioni tecnologiche, piuttosto che estensivo, basato sull’aumento del territorio coltivabile. L’agricoltura risultava quindi essere moderna ed evoluta. L’esperienza giapponese aveva insegnato alle quattro tigri che il processo di industrializzazione doveva essere completato per gradi: non si poteva infatti pensare di riuscire a completare un ciclo di industrializzazione in brevissimo tempo e di essere in grado di misurarsi immediatamente con i giganti del mercato internazionale, era necessario costruire solide basi e mantenere, almeno durante le fasi iniziali del ciclo di sviluppo, un basso profilo a livello internazionale.

 I dati analitici ci dicono che dal 1965 al 1996 il tasso medio di crescita del PIL pro capite di questi paesi è stato appena al di sotto del 6%, a fronte di un tasso del 2% registrato dai paesi sviluppati e dalla restante parte dell’Asia e di un tasso di crescita dell’1% registrato nei paesi dell’America Latina. I tassi medi annui di crescita del PIL sono stati del 7,2% dal 1965 al 1980, del 7,6% per il decennio che va dal 1980 al 1990 e del 10,3% dal 1990 al 1995. Questa sbalorditiva crescita ha portato alcuni paesi, ad esempio la Corea, a decuplicare il proprio prodotto pro capite fra il 1965 e il 1995 e a raddoppiarlo negli ultimi dieci anni. Questo incredibile e repentino sviluppo ha destato curiosità e stupore nei paesi occidentali, c’era grande desiderio di scoprire i segreti delle quattro tigri, si iniziò dunque a studiare quali fossero le ricette di politica economica che avevano portato a una crescita del prodotto interno lordo di tale entità. Nel 1993 la Banca Mondiale pubblicò un primo studio dal titolo “The East Asian Miracle” in cui si sottolineava come le misure di politica economica adottate in questi paesi avessero come punti cardine liberalizzazioni, assenza di sussidi, la rinuncia alla sopravvalutazione del tasso di cambio, etc. Insomma, politiche ‘market friendly’ di stampo liberista. Questo studio, però, è stato molto contestato (soprattutto da economisti giapponesi), in seguito infatti, altre pubblicazioni hanno mostrato come in realtà l’intervento dello stato nell’economia di questi paesi abbia giocato un ruolo fondamentale. Le politiche economiche messe in atto dai governi di queste nazioni hanno portato questo tipo di stati ad essere definiti ‘ stati per lo sviluppo’. Infatti, l’importante partecipazione del governo nell’economia è ad oggi ritenuta la principale causa del decollo economico delle quattro tigri: la spesa pubblica fu discretamente alta per tutta la seconda metà del ventesimo secolo, grazie a sussidi ( a Singapore il governo provvedeva addirittura alle abitazioni degli operai) e tetti salariali piuttosto bassi il costo del lavoro rimase basso e questo permise un grande aumento di competitività delle merci prodotte da questi paesi in campo internazionale, le esportazioni aumentarono incredibilmente – punto chiave del grande sviluppo di questi stati fu proprio un ampio grado di apertura verso l’estero dell’economia. Il concetto di stato per lo sviluppo riposa proprio su questo aspetto: il governo sostiene ad aiuta le sue imprese ma impone a queste di misurarsi costantemente con l’estero e col mercato internazionale. In cinquant’anni Hong Kong e Singapore videro il proprio settore terziario diventare tra i più moderni del Mondo, i due piccoli paesi divennero due tra i centri finanziari più importanti del globo. Singapore non scordò comunque l’importanza del settore secondario, che mantenne una grande importanza e tuttora rappresenta una parte significativa del PIL del paese (ad oggi il 26%).  Taiwan e la Corea del Sud divennero invece sede delle industrie più avanzate di tutta l’Asia e leader mondiali nella tecnologia informatica ed elettronica.

 La crisi finanziaria di fine secolo, che ebbe il suo picco nel 1997, colpì in maniera diversa ciascuna delle tigri asiatiche. Hong Kong risentì gravemente della crisi dei mercati finanziari, in particolare, l’esplosione di una bolla immobiliare bruciò più di duecento miliardi dollari, il tasso di crescita del PIL registrò un sensibile calo attestandosi intorno al 1,8% negli ultimi anni del ‘900. Singapore soffrì in maniera minore della crisi finanziaria: la bolla immobiliare non causò grandi danni – gli immobili erano in gran parte gestiti e concessi ai cittadini dal governo – in più, come già detto, la grande importanza del settore secondario nella composizione del PIL fece sì che quest’ultimo non diminuisse in maniera significativa. Taiwan non risentì in minima misura della crisi di fine secolo, il tasso di crescita del PIL continuò a registrare valori molto alti. La Corea, invece, ebbe particolari  problemi: scelte strategiche errate e anni di cattiva gestione da parte dei manager delle più importanti conglomerate (Chaebol) causarono una perdita netta di competitività delle industrie Coreane nel panorama internazionale. Inoltre scarsi investimenti operati nelle più moderne tecnologie informatiche, per esempio nel campo dei semiconduttori, portarono le imprese a perdere, almeno temporaneamente, la loro leadership mondiale. Con l’inizio del nuovo millennio le quattro tigri rimisero a posto le cose e ripresero il loro strabiliante sviluppo là dove si era interrotto a fine degli anni ’90. Questi paesi possono ormai essere definitivamente annoverati tra i paesi economicamente più sviluppati ( ricordiamo che la Corea è la prima dei paesi “Next eleven”).

Il modello di sviluppo proposto dai governi di questi paesi rappresenta una sintesi virtuosa tra liberismo e interventismo statale nell’economia. Il nostro sistema economico funziona, le quattro tigri ne sono il lampante esempio, e ci dimostrano anche che ciò che va cambiato sono gli interpreti.

 

 

Gherardo G. Caracciolo

 

 

Bibliografia

Marco CATTINI, L’Europa verso il mercato globale. Processi e dinamiche dal XV al XXI secolo, Milano, Egea, 2006

Stefano BATTILOSSI, Le rivoluzioni industriali, Roma, Carocci, 2002.

 

 

Bibliografia online

http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=22&id=562

http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_finanziaria_asiatica

https://geografia3a.wikispaces.com/Le+tigri+asiatiche

http://dipeco.economia.unimib.it/persone/stanca/economet/tesine/Ecb04g2.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/tigri-asiatiche_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/

http://www-3.unipv.it/cspe/am981.htm

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