Una donna

Statua James Joyce in Ponterosso (ph Marina Raccar)

  Chi era quella ragazza? Cosa voleva? Cosa stava blaterando? La vedeva accalorarsi e gesticolare, aprire e chiudere la bocca nello spasmo della ricerca del termine corretto, nella fanatica tensione di non commettere errori. La vedeva, sì, ma non sentiva. Tutte quelle parole scivolavano via, lontano dai suoi occhi distratti, dai pensieri che turbinavano a chilometri di distanza, dove avrebbe voluto essere. Non era quello il suo posto. Perché non era rimasta a casa? La sveglia era suonata almeno cinque volte prima che riuscisse ad alzarsi. Iago, il suo siamese, era acciambellato al sole sopra il divano, mentre lei preparava il caffè, guardava l’orologio una, due, tre volte. Era in ritardo, ma non aveva importanza; l’ora esatta non aveva mai esercitato una grande attrattiva su Carlotta, che vantava di essere troppo impegnata per arrivare puntuale. Aprì il giornale e sfogliò le pagine sgualcite; continuava a comprarlo e a non leggerlo, forse era l’ultimo retaggio della convivenza con l’ex-marito, l’estrema resistenza di un’abitudine che aveva sempre trovato inutile. Lo gettò da una parte, disgustata. Si alzò lentamente, si vestì e si truccò, sbirciando di tanto in tanto l’orologio e vedendo il ritardo aumentare, divenire imbarazzante; provava un gusto perverso a notare quanti minuti le sfuggivano tra le mani. Prima di uscire notò la propria immagine riflessa allo specchio: era ancora una bella donna, anche se gli anni si erano depositati inclementi sui fianchi e le avevano logorato le guance, rimpicciolito gli occhi chiari. Aveva le dita inanellate e grossi pendagli d’oro attaccati alle orecchie, le labbra sottili e purpuree incorniciate da un reticolo di rughe, come quelle di sua nonna, decenni prima, con la bocca raggrinzita.

Adesso fissava la ragazza che aveva di fronte: non era bella, anzi, aveva un aspetto mediocre, da scolaretta diligente e poco affascinante, portava dei jeans troppo larghi e la matita sbavata, i suoi capelli ricadevano inerti, arresi e opachi sulle spalle. Però era terribilmente giovane, questo Carlotta invidiava; no, non era vero, non invidiava la giovinezza di quella sconosciuta, rimpiangeva il modo in cui aveva passato la propria, le scelte che dopo anni e anni non poteva disfare, il momento in cui aveva realizzato il modo in cui la sua vita si era ormai incancrenita.

  Era arrivata con un’ora e mezza di ritardo, quella mattina; gli studenti erano seduti per terra, appoggiati al muro, perché qualcuno aveva spostato le sedie nell’aula conferenze e aveva dimenticato di rimetterle al proprio posto. Al suo ingresso si voltarono, sguardi vacui di carne da macello, pecore sperse in un corridoio universitario. Quegli occhi inespressivi e quelle bocche tirate la attraevano e la repellevano al tempo stesso; leggeva tra le pieghe del loro volto qualcosa di indefinibile, che, se solo si fosse soffermata un attimo di più, avrebbe capito essere malcelato sdegno. Ma Carlotta non poteva indagare oltre le espressioni degli studenti perché era in ritardo e adesso aveva improvvisamente fretta.

  La ragazza taceva: aspettava qualcosa. Cosa voleva, adesso? Un’altra domanda? Non sembrava una studentessa brillante, ma forse avrebbe potuto darle un’altra occasione. Si sentiva particolarmente magnanima. Chiese Svevo. Vide il giovane volto della sconosciuta illuminarsi: doveva essere un buon argomento o fingeva con grande maestria; in ogni caso, la ragazza attaccò a parlare e gesticolare e citò subito il nome di Joyce.

  Joyce. C’era una strana vicenda del passato di Carlotta legato al modernista irlandese. La professoressa si appoggiò allo schienale della sedia e lasciò che la voce ronzante l’accompagnasse indietro nella memoria, durante uno degli anni più infelici della sua esistenza. Era la notte di Natale, uno dei primi che trascorreva con suo marito, che aveva insistito per portarla a Trieste, da alcuni lontani parenti. Anna non era ancora nata, ma già gonfiava la pancia di Carlotta e per la prima volta la donna aveva davvero creduto di poter avere entrambe le cose: una famiglia e una carriera. Quanto fosse stata ingenua la sua illusione era stato abbondantemente dimostrato nel corso della vacanza, finché lei non era scoppiata e proprio la notte di Natale era uscita dall’appartamento e si era diretta verso il centro della città. Pestava rabbiosamente i piedi e il vento le graffiava la faccia, aumentando la sua ira. Non ricordava più le cause del litigio, ma non avevano alcuna importanza: il dettaglio rilevante era che lui non l’aveva seguita, non aveva chiamato il suo nome, non si era neppure alzato dalla poltrona in cui sembrava essere sprofondato; con una disarmante semplicità si era adagiato sulla propria pigrizia e lì era rimasto. “Un maiale soddisfatto”[1], avrebbe commentato Mill; il pensiero non aveva riportato il sorriso sulle labbra di Carlotta. Procedeva come cieca, sbandando sul marciapiede, incurante dei pochi passanti, indifferente a qualsiasi cosa. Aveva marciato così per un tempo indefinito e avrebbe continuato a farlo se non fosse inciampata in un ostacolo, ci sbatté contro e chiese subito scusa, convinta di aver travolto un uomo. La sagoma rimase immobile e muta: era Joyce, su un ponte, a Trieste. Passeggiava, con aria ben più serena di quella che aveva lei. Carlotta si destò all’improvviso dai propri pensieri, ma rimase a fissare la statua a lungo, come fosse stata convinta che le avrebbe parlato e, inusuale cartomante, le avrebbe rivelato il futuro. Nessuna scintilla di conoscenza balenò negli occhi vacui di Joyce e Carlotta attese invano un qualsiasi suggerimento.

  La ragazza aveva finito di parlare. Era stata moderatamente noiosa. “Ripassi la prossima volta”, le disse, nel tono di un negoziante che sta chiudendo la bottega. Vide gli occhi grandi e scuri della studentessa riempirsi di lacrime, il suo corpo avere un leggero sussulto, mentre raccoglieva le proprie cose e usciva balbettando. Non provò pena per lei, non provò niente, solo la spiacevole sensazione che sarebbe stata più felice se fosse stata al suo posto.

  Federica Avagnano

  In amicizia letto da Arnaldo Mitola

[1] Il riferimento è alla celebre frase di J. S. Mill: “È meglio essere un uomo malcontento che un maiale soddisfatto, essere Socrate infelice piuttosto che un imbecille contento, e se l’imbecille e il maiale sono d’altro avviso ciò dipende dal fatto che vedono solo un lato della questione” (in Utilitarismo, Bari, Editoriale universitaria, 1974).

Immagine: http://www.hotelvictoriatrieste.com/bloomsday-trieste-si-festeggia-james-joyce/

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