La Vienna che non conoscevo – Buona la nona

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Nove sono le volte che sono stato a Vienna, ma mai avevo attraversato l’uscita della stazione ferroviaria Wien Westbahnhof o dell’aeroporto Schwechat. Fino a quel giorno per me era stata solo una città di passaggio per raggiungere la regione dell’Alta Austria, dove vive la mia ragazza Sandra. Quella volta però decisi di fermarmi per un giorno nella capitale austriaca, prima di prendere l’aereo per ritornare in Italia.

Da sempre avevo sentito parlare dei fasti della Vienna Imperiale e la mia percezione di un’altissima qualità della vita legata agli alti livelli di sicurezza personale, ai servizi sanitari, all’istruzione e alle infrastrutture. Il suo fascino, l’Opera, i palazzi, la musica – almeno questo era quello che mi era stato raccontato.

Sandra ed io, appena arrivati alla stazione principale, salimmo su uno dei tanti taxi per raggiungere l’hotel, posare i bagagli e proseguire verso la nostra meta principale, la maestosa residenza estiva imperiale di Schönbrunn. Appena la vettura si era incamminata, coinciammo a parlare con il conducente. Il tassista era un uomo sulla quarantina, originario della Turchia, che al tedesco parlato con un accento austriaco sciolto alternava (per me italiano) un inglese singhiozzato. Dopo aver percorso pochi metri cominciò a discutere della città e a raccontare, con rammarico, di quanto fosse aumentata la criminalità nella capitale nell’arco di pochi anni. Siamo arrivati a destinazione, un poco scossi dal giudizio del nostro conducente.

Il tempo correva e noi ci affrettavamo verso Schönbrunn, intravedendo in lontananza il palazzo e i suoi caratteristici colori giallo e ocra, lungo la via trafficata dalle macchine. Si può scorgere la magnificenza di tale struttura e la sua bellezza estetica, ma soprattutto quella storica. La visita si rivelò entusiasmante ed istruttiva, a motivo di una certa passione di chi scrive per le gesta dei potenti europei. Con gli occhi colmi di ciò che Vienna è capace di offrire a un visitatore, ci avviamo a piedi per raggiungere il centro nevralgico della città: Stephansplatz. Durante il tragitto verso la metropolitana d’improvviso ci trovammo in un quartiere, nei pressi della stazione di Wien Westbahnhof, dove tutto appariva diverso. L’atmosfera era cambiata; i turisti erano spariti. Sembrava di trovarsi in periferia, forse addirittura in un’altra città. Davanti a noi in abiti logori si presentava la Vienna decaduta e un po’ sporca, la Vienna che non tutti conoscono, dove le persone si aggiravano sospetto per le strade con incedere spettrale e funereo. D’un tratto, Sandra mi disse: “this is the part of Vienna that tourists don’t know. This is a dangerous place. This is a degraded area”. Come non darle torto! Le emozioni di Schönbrunn erano sparite, lasciando posto all’inquietudine.

Allora ci affrettammo a raggiungere la stazione per prendere la metropolitana e spostarci ancora più in centro. Appena arrivati dinanzi al Duomo, la città mutò nuovamente volto. Turisti, vivacità, bellezze architettoniche e storiche ci circondavano. Inoltre non mancavano i “PR culturali” (so bene che suona come un ossimoro), vale a dire tutti coloro che cercavano di vendere biglietti a prezzi stracciati per concerti serali di Mozart, che a quanto pareva era ancora nella hit parade del momento.

Ad un certo punto decidiamo di arruolare un “FAXI”, una guida turistica, per la durata di mezzora, su una bicicletta, simile a un risciò di colore bianco, spinta da un signore sulla quarantina di nome Stephan, per il centro di Vienna. Quel viaggio, breve e lungo al tempo stesso, si è rivelato qualcosa di indescrivibile. Era come essere tornati indietro nel tempo. Contemplammo le meraviglie del centro di Vienna, i suoi edifici imponenti e le innumerevoli opportunità che offriva per i giovani che amano la cultura e che decidono di studiare nella capitale. Fu una folle corsa fra l’Opera di Vienna, il palazzo del Parlamento, il caffè Centrale, il Municipio, la Hofburg… ah, che giornata! Sembrava di essere imprigionati all’interno di un quadro con sullo sfondo un tramonto rossastro, mentre una leggera brezza, quasi invernale, lambiva la cornice del nostro ritratto, spirando al tempo dolce delle melodie classiche provenienti dagli edifici, dove suonano le opere di Mozart. Intanto Stephan fra una pedalata e l’altra ripeteva il salmo delle perdute sponde dell’asburgico splendore, dove alle fronde dei salici della memoria erano appese le cetre dell’antico potere.
All’imbrunire la nostra fuga nel tempo remoto ebbe fine. All’ora in cui gli uomini si accostavano alle proprie mense attorno alla stazione era la desolazione. Persone sotto l’effetto di droghe e di alcool battevano barcollanti i marciapiedi abbandonati. Molti stranieri nelle proprie lingue agitavano il proprio tormento in una novella Babele. Allora stretti per mano a passo svelto, quasi correndo, ci dirigemmo verso un locale, non troppo distante. Consumata la cena, l’ansia di attraversare nuovamente un posto tanto inospitale ci tratteneva indugianti alla sedia. All’angolo con la stazione, sotto un manifesto di Norbert Hofer, in quei giorni candidato per l’estrema destra, giaceva immobile un senzatetto circondato di tre cani. Sandra gli si accostò e, piuttosto che dargli qualche spicciolo, decise di porgergli parte della cena che non aveva mangiato. Sul volto del mendicante brillò un barlume di gioia. Ciò che tuttavia più mi colpì, intenerendomi il cuore, fu scorgere con la coda dell’occhio che del suo misero pasto fece prima parte ai suoi cani. Tenne per sé soltanto l’ultima aletta di pollo: un briciolo di amore fra tanta devastazione.
A distanza di tempo che cosa ancora mi è dato di pensare riguardo quei giorni? Ricordo come di essere entrato in un gran cimitero e sotto il lustro degli antichi sepolcri, si agitava sofferente l’umanità decaduta: ecco la Vienna che non conoscevo.

Lorenzo Polidori

Con amicizia letto da Samuele Crosetti ed Arnaldo Mitola

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