Suggestione – Tra psicologia ed etica

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Ultimamente ho trovato particolare interesse nello studio di un insieme di tecniche il cui scopo è provocare il cambiamento nelle persone. In questo mio percorso di analisi e lettura sono partito dall’ipnosi, che è stata soggetta a molte variazioni e studi nel corso dell’ultimo secolo e che ha avuto un ruolo importante sia nella nascita della psicologia, sia nello studio dell’inconscio.

Milton Erickson è stato uno dei più grandi, se non il più grande esponente dell’ipnoterapia. Dai suoi studi e dalle registrazioni delle dimostrazioni che faceva per i suoi allievi sono state tratte molte informazioni utili a studi successivi sulla comunicazione efficacie. Giusto per inquadrare il fenomeno dell’ipnosi, questa può essere definita come un modo per dirigere l’immaginazione della persona al fine di portarla in uno stato di coscienza alterato e di estrema suggestionabilità. Con il termine suggestione ci si riferisce a qualsiasi forma comunicativa atta ad influenzare gli altri, attraverso l’impacchettamento e la trasmissione di informazioni per via indiretta. Anche qui c’è bisogno di una specifica, se la via diretta della comunicazione è quella dialettica, centrata sul contenuto e l’etimologia delle parole, quella indiretta o subliminale è quella che non passa dalla coscienza ma trasmette informazioni, come i gesti involontari, il tono di voce o le micro-espressioni facciali.

Il problema dell’ipnosi è che è una tecnica molto appariscente ed invasiva, difficile da tramandare e non adottabile con tutti i possibili soggetti, pertanto è stata progressivamente abbandonata in ambito clinico. Intorno agli anni 70 alcuni studiosi della scuola di Palo Alto in Florida hanno analizzato il materiale disponibile su M. Erickson proprio al fine di trarre informazioni utili per implementare le loro tecniche di suggestione. In sostanza possiamo dire che la maggior parte delle scuole di psicoterapia agisce per via diretta e razionale, cercando di dare consapevolezza al paziente della sua condizione, portandolo in un lungo percorso alla comprensione dei propri problemi per superare la propria situazione problematica. Al contrario tali studiosi hanno cercato il modo migliore di comunicare al paziente per via indiretta, cercando un modo per riprogrammare le reazioni patologiche dei pazienti a problemi specifici in brevissimo tempo. Una delle tecniche più utili che hanno messo in pratica, a mio parere, è la ristrutturazione; essa presuppone che un trauma generi una problematicità non per la percezione avuta in sé, ma per il significato che gli si attribuisce. Quindi, avendo due livelli di realtà distinti, quella percettiva e quella del significato, possiamo intervenire proprio sul significato attribuito all’evento traumatico per interromperne il potere coattivo sulla persona. Questo modo di pensare la realtà interna consente di ristrutturare il modo in cui una persona vede il mondo, le sue specifiche visioni delle situazioni, il contesto entro il quale attribuiscono significato o il contenuto delle loro argomentazioni. Negli anni successivi, tale tecnica è stata sviluppata e testata in molti modi, principalmente in terapia sistemica e familiare. La pluralità di approcci che hanno iniziato ad usufruire di questo strumento lo hanno reso una componente di inestimabile valore per uno psicologo che intenda intervenire in modo mirato a cambiare una credenza che genera problematicità o che interferisce con la vita del paziente. Quando si parla di tecniche di questo tipo e si nomina le visioni del mondo di una persona ci si riferisce ai suoi “costrutti” o variabili latenti, ossia un quadro, o una lente, entro la quale la persona filtra e osserva la realtà. Si parla di costrutti, infatti, per intendere le variabili latenti come l’intelligenza o l’autoefficacia, inserendo in queste categorie specifiche le regole che determinano un certo comportamento. In sostanza, credo che lo psicologo possa aumentare e migliorare le proprie capacità di risoluzione dei problemi concentrandosi sull’apprendere più “lenti” possibili per riuscire ad osservare il paziente da un gran numero di prospettive. Questo particolare modello presuppone un vero e proprio mindset del terapeuta in cui il suo modo di categorizzare i comportamenti del paziente in base ai reattivi somministrati sia il più obiettivo e sistematico possibile. Quindi, dopo essersi armato con tale mindset con cui tenere a mente i costrutti per comprendere più indizi possibili, il passo successivo è avvalersi di tecniche specifiche al fine di raggiungere un risultato, utilizzando gli indizi che il paziente ha fornito. Questo vale per l’aspetto clinico tanto quanto quello lavorativo, immaginatevi quanto uno psicologo possa riuscire a risolvere problemi sul posto di lavoro, nella formazione, nelle comunità o nelle famiglie grazie a tecniche sistematiche di orientamento del comportamento?

 A questo punto, emergono problematiche molto delicate, quelle del libero arbitrio e dell’etica. Le critiche da poter muovere ad un approccio suggestivo che non passa dalla coscienza sono tante, ma la più rilevante è proprio quanto la persona sia libera di scegliere della propria vita, se è possibile riprogrammarne le credenze. Vorrei far notare tre cose. La prima è che tutto è influenza e nessuno ne è immune essendo impossibile non comunicare, lo psicologo è solo qualcuno che ha imparato a riconoscere e controllare delle variabili che consentono di farlo in maniera più precisa e con protocolli che tendono ad una maggiore tutela del paziente dai danni collaterali o contingenti. La seconda è che l’etica è un limite seriamente necessario nell’utilizzo di tecniche tanto potenti nelle loro implicazioni, pertanto ci sono molti organi incaricati di controllare la professione ed una gran quantità di protocolli da seguire per negoziare con il paziente un obiettivo terapeutico per decidere in concordanza con lo psicologo la strada da seguire nelle sedute, ogni intervento suggestivo dovrebbe essere spiegato al termine del trattamento per chiarire il percorso svolto. Terzo, ma non meno importante, il progresso scientifico in campo psicologico: queste scoperte non possono essere affossate per il loro potenziale nocivo nelle “mani sbagliate”, anzi, dovremmo incoraggiarne la conoscenza per dare a tutti gli strumenti per difendersi e poter quindi conservare la propria capacità di scelta in un mondo in cui tutti cercano di persuaderci o manipolarci per farci fare cose che non vorremmo e sentire bisogni che in realtà non esistono. Per concludere, aggiungo una piccola disambiguazione: la ristrutturazione è una tecnica di persuasione, nel senso che mostra nuovi modi di vedere la realtà, alternativi e non esclusivi rispetto a quelli precedenti, che se resistono nel paziente è perché sono più funzionali e convincenti; al contrario, la manipolazione è comunemente intesa in senso negativo, cioè l’esclusione di prospettive o la presentazione di cose false al fine di ottenere il risultato voluto. Si nota facilmente che la prima riguarda un’espansione del concetto comunemente associato alla libertà di scelta, mentre la seconda riguarda una chiusura ed una limitazione, tanto quanto riesce ad essere limitante una patologia psicologica. Il concetto di apertura e chiusura delle prospettive ha un ruolo chiave nella decisione etica dell’utilizzo di tecniche suggestive. Quindi tutto dipende esattamente dal motivo per il quale tali tecniche sono utilizzate, ed il rigore con il quale vengono applicate.

Andrea Piazzoli

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

Bibliografia

Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch, CHANGE – sulla formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, Roma, 1974.

Giorgio Nardone, Paul Watzlawick, Terapia breve strategia, La grande biblioteca della psicologia, Milano, 2014.

 Paul Watzlawick, Guardarsi dentro rende ciechi, La grande biblioteca della psicologia, Milano, 2014.

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