Che vuol dire “ebreo”? – Introduzione ai nomi, alla lingua e alla cultura ebraica

Vita nello Schtetl

In questo articolo tratteremo alcuni temi relativi all’ebraismo. Non miriamo certamente ad essere esaurienti, data l’ampiezza degli argomenti, ma ci limiteremo a parlare in modo generale di alcuni temi che ci sembrano particolarmente stimolanti. Per dare struttura al testo, presentiamo la seguente scala degli argomenti che intendiamo trattare: 1) l’origine e il significato del termine “ebreo” e degli altri appellativi con cui si denotano i membri della cultura ebraica; 2) l’origine e le principali caratteristiche della lingua ebraica; 3) qualche riflessione sulle differenze tra l’esperienza di un appartenente alla cultura ebraica e un appartenente alla cultura cristiana.

1) Gli ebrei nella Bibbia vengono chiamati prevalentemente Bne-Israel, “Figli di Israele”, il che equivale a “Figli di Giacobbe”. Giacobbe, infatti, prese il nome Israele dopo uno degli episodi più misteriosi della Genesi: l’episodio della colluttazione con l’angelo (Genesi 32:24-34). L’etimologia di Israele è generalmente ricondotta all’ebraico sciarah, lottare, e El, Dio, quindi, letteralmente “colui che combatte con Dio”, ove il combattimento può essere interpretato: come una lotta amorosa che infine giunge all’armonia; oppure come una lotta con se stessi, cioè una contrapposizione tra l’uomo e la legge di Dio, in cui alla fine l’uomo riesce trionfare su se stesso, e a non vedere più la legge di Dio come contrapposta a sé, come avversaria.

Un’altra parola che viene usata per indicare gli ebrei è Yehudim, “discendenti della tribù di Giuda”, da cui deriva il termine italiano “giudeo”. Infatti, l’unica tra le dodici tribù (che prendono il nome dai dodici figli di Giacobbe) che rimane fedele al culto del Dio ebraico è la tribù di Giuda (quella di Beniamino si sarebbe dispersa in essa). La parola “ebreo”, invece, viene dall’ebraico ivrì (עברי). Nella Bibbia solo due personaggi sono designati con il termine ivrì: Abramo e Giona. Per la prima volta il termine compare riferito ad Abramo in Genesi 14:13

ויבא הפליט ויגד לאברם העברי והוא שכן באלני ממרא האמורי אחי אשכל ואחי ענר והם בעלי בריתאברם

“Un fuggiasco andò ad informarne Abramo l’ebreo che dimorava nel querceto di Mamrè, fratello di Eshcol e di ‘Aner alleati di Abramo.”

La parola ivrì viene da una radice (ע ב ר) che vuol dire “parte/sponda”. Ebreo significherebbe, dunque, genericamente, qualcuno che sta da un’altra parte. Si può specificare, dunque, il termine ivrì come indicante che l’ebreo è qualcuno che proviene da un’altra parte, da un’altra sponda, oppure che va da un’altra parte, che vuole giungere a una sponda. Abramo, il primo ebreo, rappresenta con la sua vicenda questo insieme di significati. Egli viene, infatti, “da un’altra sponda”, e precisamente dall’altra sponda dell’Eufrate, e la sua storia, da subito, comincia con uno spostarsi da un’altra parte: “Il Signore disse ad Abramo: Va’ via dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla tua casa paterna, al paese che ti indicherò”. La sua vicenda continua con una serie di spostamenti comandati da Dio. Ebreo è dunque “colui che sta (o va) dall’altra parte”: il “diverso” per antonomasia.

2) L’ebraico moderno si chiama Ivrit (femminile di ivrì). Mentre le altre lingue normalmente si fondano a partire da un ampio campionario di testi – l’italiano, per esempio, si fonda sulle opere letterarie fiorentine – l’ebraico ha come campionario lessicale solo la Bibbia. Una cosa importante da sottolineare è che l’ebraico, come lingua parlata, è tornato a vivere solo molto recentemente. Gli ebrei da sempre apprendevano l’ebraico per lo studio della Bibbia, ma di fatto l’ebraico non era una lingua parlata ormai da millenni. Nell’antichità la lingua parlata era piuttosto l’aramaico.

L’ebraico moderno deve la sua paternità al filologo russo Eliezer Ben Yehuda (1858-1922). Egli era un fervente sionista (movimento che prende il nome dal Sion, il monte di Gerusalemme), convinto cioè dell’importanza per gli ebrei di riunirsi in uno Stato. Tuttavia si rendeva conto che, perché ciò potesse avvenire, occorreva che nascesse negli ebrei un forte senso comune di appartenenza “nazionale”, e, prima ancora e propedeutico a questo, che vi fosse una lingua propriamente ebraica; questa lingua non doveva essere solo materia di studio, ma la lingua usata nella vita di tutti i giorni. The Hebrew language will go from the synagogue to the house of study, and from the house of study to the school, and from the school it will come into the home and… become a living language” (Eliezer Ben Yehuda, Hatzvi, 1886). Eliezer studiò alacremente l’ebraico, adattandone parole e struttura alla modernità. Quando nacque suo figlio, egli decise che questi sarebbe stato il primo ebreo a conoscere come unica lingua l’ebraico, dopo millenni.

Dopo la seconda guerra mondiale, ciò che Ben Yehuda, assieme a molti altri sionisti, aveva sognato divenne realtà: nel 1948 nacque lo Stato di Israele, uno Stato ebraico che parlava ebraico. Subito vi confluirono moltissimi dei profughi della Shoah, e si verificò a quel punto un fenomeno molto particolare: passato qualche anno erano i figli a insegnare la lingua nazionale ai genitori. I genitori, infatti, non parlavano come prima lingua l’ebraico, mentre i figli nascevano e crescevano parlando questa lingua.

L’alfabeto ebraico è composto da ventidue lettere, tutte consonanti. La prima è l’Aleph che è una lettera muta, l’ultima è la Tav, mentre esattamente a metà vi è la Mem. Una curiosità che può risultare interessante è che, insieme, le tre lettere che abbiamo considerato formano la parola Emèt, che in ebraico significa “verità”. L’ebraico, come tutte le lingue semitiche, è formato da radici di tre consonanti. Dalle radici si formano le parole, e a volte dalla stessa radice si generano parole che apparentemente non hanno niente in comune. Se prendiamo ad esempio la radice דבר (Daled, Vav, Resh), possiamo ricavare la parola מדבר (Midbàr) “deserto”, ma anche דבר (Davàr), “cosa”, oppure לדבר (Ledabér), “parlare”. Da ogni radice deriva un verbo che, alla terza persona singolare del passato, viene scritto esattamente come la sua radice. Prendendo sempre come esempio la radice דבר, questa si può leggere anche “diber”, che è la terza persona singolare del verbo ledabér, “parlare”, che abbiamo visto prima.

I verbi sono esprimibili in sette forme chiamate binianim (palazzi), che ne modificano il significato. Molte radici possono essere inserite in più di un binian: a seconda del binian, il verbo diventa da attivo a passivo, a riflessivo, eccetera. Il significato di verbi provenienti da una stessa radice può subire delle variazioni a seconda del binian in cui i verbi vengono considerati, ma, avendo la radice in comune, vi sarà un comune significato di fondo. Ogni binian ha una modalità di coniugazione differente, ed i verbi appartenenti allo stesso binian vengono coniugati nello stesso modo. Ogni verbo viene coniugato solo al passato e al futuro; in ebraico, infatti, il tempo presente non esiste e si costruisce con il participio presente: non si dice “io mangio”, ma “io mangiante”.

L’ebraico è una lingua che non trascura la sessuazione. Infatti nella forma participiale del presente e in varie altre forme (II e III singolare, II plurale del passato; II e III singolare del futuro) vi è una distinzione tra maschile e femminile e il verbo varia a seconda del sesso del soggetto. “Io mangio” si dirà quindi “אני אוכל(ani ochel) se il soggetto è maschile, mentre, se il soggetto è femminile, si aggiunge una “t” finale, אני אוכלת (ani ochelet). Consideriamo anche il plurale: “noi mangiamo”, al maschile ha la desinenza –im e dà אנחנו אוכלים (anachnu ochlim), mentre al femminile ha la desinenza -ot e dà אנחנו אוכלות (anachnu ochlot).

Un’importante differenza rispetto alla maggior parte delle altre lingue, e forse la differenza più conosciuta, riguarda due verbi fondamentali: il verbo essere e il verbo avere. Il verbo essere è sempre sottinteso al presente, perciò, se vogliamo dire “io sono Davide” si dirà “io Davide”; ha però delle forme al passato, futuro, imperativo e infinito. Il verbo avere invece non esiste, ma viene sostituito dal dativo di possesso: non si dice “ho gli occhi azzurri”, ma “a me sono gli occhi azzurri”.

L’ebraico ha una scrittura quadrata e un corsivo, nel quale tuttavia le lettere non sono collegate come nel nostro corsivo. Non esistono poi maiuscolo e minuscolo, e la punteggiatura, inesistente nel modello biblico, è generalmente molto parca. Benché assenti le vocali scritte, ci sono però testi vocalizzati per facilitare la lettura e per evitare il più possibile ambiguità; in particolare tra di essi vi è la Bibbia. La vocalizzazione è aggiunta attraverso dei piccoli puntini o linee sotto alle consonanti, il cui numero e posizione permette di comprendere quale vocale deve seguire alla determinata consonante.

L’ebraico si scrive da destra a sinistra. Una considerazione relativa al motivo di questa peculiarità è la seguente: al contrario di chi scrive da sinistra verso destra, quando uno con la destra scrive in ebraico non copre la parte ancora bianca della pagina con il braccio. Qualcuno sostiene che questo indichi la consapevolezza dell’importanza dello scritto, che pian piano, visivamente, copre il vuoto della pagina. Lo scrittore vede, dunque, il bianco, e sa che la scrittura lo deve coprire per dargli senso, dargli voce.

Potremmo, riguardo a questo tema, fare riferimento alla Torah, cioè propriamente quello che chiamiamo Antico Testamento; la Torah, secondo la tradizione, sarebbe stata dettata da Dio a Mosè sul Sinai. Divisa in brani, viene letta in sinagoga tutti i sabati, arrivando a concludere la lettura nell’arco di un anno. La Torah conservata nelle sinagoghe si presenta come una sequenza ininterrotta di lettere; non esistono quindi spazi bianchi, ma tutto è scritto. Possiamo allora mettere questo fatto in relazione con la considerazione relativa alla peculiarità della scrittura ebraica, all’importanza cioè che si darebbe alla pagina scritta, contrapposta a quella bianca.

Quando si legge in ebraico occorre per prima cosa individuare la radice, poi, attraverso il contesto, comprendere il significato della parola. Come abbiamo visto, infatti, una stessa radice può formare parole completamente diverse, e la determinazione semantica spesso non può essere effettuata senza il contesto. La lettura di un testo in ebraico è quindi un procedimento molto più intuitivo che fotografico: mentre la nostra lettura avviene di getto, senza dover ricostruire le parole, per l’ebraico occorre utilizzare un procedimento intuitivo per estrarre le radici dalla parola e poi l’esatto significato dal contesto. Questo forza a una lettura non a colpo d’occhio, ma accompagnata da riflessione.

3) Se guardiamo alle personalità di spicco nella storia della cultura occidentale troviamo, tra di queste, molti ebrei: Spinoza, Marx, Einstein, Freud, Kafka, Popper, e molti altri. Anche in passato, fin dal Medioevo, si riteneva che gli ebrei fossero “più intelligenti”, e questa opinione si è mantenuta, fino al moderno luogo comune. Alcuni addirittura sostengono che questa intelligenza sarebbe legata a caratteristiche genetiche. Senza stare a discutere questa e simili tesi, che ci paiono abbastanza fantasiose, si può trovare un motivo culturale per cui storicamente gli ebrei sarebbero appunto potuti risultare “più intelligenti”: l’alfabetizzazione.

Ciò che a noi moderni ormai sembra scontato, e cioè che tutti sappiano leggere e scrivere, non lo era affatto nell’antichità, e non lo è stato per moltissimo tempo. I moventi culturali in passato erano principalmente di tipo religioso. Il cristianesimo, che divenne poi la religione più diffusa nel mondo occidentale, voleva che il suo messaggio potesse avere respiro universale, e raggiungesse perciò tutti, sia le persone colte che sia i poveri lavoratori e i servi. L’ebraismo invece non ha mai avuto questa dimensione di proselitismo universale: la religione ebraica è una religione solo per gli ebrei. L’identità ebraica passa dai genitori ai figli, ed è quindi fortemente legata al sangue. La conversione era (ed è tutt’ora) un cammino lungo e faticoso.

L’esperienza religiosa ebraica si concretizza prevalentemente nello studio della Torah, ovvero nel tentativo di comprendere meglio la parola divina. Questo implica da sempre l’alfabetizzazione per tutti gli ebrei: oggi come in passato un ebreo deve poter leggere l’ebraico biblico. Una delle cerimonie più importanti nella vita di un ebreo maschio è il Bar Mitzvah (corrispondente al Bat Mitzvah per le donne), che avviene all’età di tredici anni: il giovane deve dimostrare di saper leggere il testo biblico nella sua lingua originale. Questo bisogno di alfabetizzazione ha determinato un livello culturale appunto più alto.

Il cristianesimo, invece, proprio per il suo essere religione universale, ha dovuto adottare un linguaggio che fosse comprensibile anche agli incolti. L’esperienza religiosa cristiana è di tipo prevalentemente cultuale e rituale. Veniva data grande importanza alle immagini, che potessero fungere da narrazione per chi non poteva leggere, e fu dato grande impulso alla spettacolarizzazione. Venne così meno il bisogno di alfabetizzazione per il cristiano, che poteva vivere la sua esperienza religiosa senza aver mai letto la Bibbia. Ecco perché, dalla prospettiva del cristiano, l’ebreo, che sapeva leggere e scrivere, pareva “più intelligente”.

Beniamino Peruzzi
Tamar Levi

Con amicizia letto da Arnaldo Mitola

Riferimenti

Elena Loewenthal, seminario IUSS, primo semestre, a.a. 2014-2015, Pavia

Immagine

Ilex Beller, La vita nello schtetl

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