Obbedienza – Il fondamento della politica di Tommaso d´Aquino

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La Summa theologica è l’opera principale di Tommaso d’Aquino e consta di tre parti. Tommaso morì prima di concludere la terza parte, che fu portata a compimento dai suoi allievi. La Summa doveva essere un testo per incipientes: ovvero, letteralmente, “per coloro che cominciano”, cioè per i dilettanti. Ma non solo: Tommaso era infatti un domenicano, e con la sua opera voleva perciò dare fondamento all’apostolato dei suoi confratelli. Nell’idea di Tommaso, dunque, la Summa non doveva essere un testo universitario, ma poiché Tommaso veniva da un ambiente universitario ed era quindi abituato ad esporre mediante quaestiones, l’opera risulta appunto una raccolta di quaestiones.

Le tre parti della Summa hanno come soggetto Dio: nella prima ci si occupa di Dio come principio, nella seconda di Dio come fine e nella terza di Dio come strumento. Nella prima parte si parla quindi dell’esistenza di Dio dandone prove, e si tratta poi la creazione, che culmina con l’uomo. La seconda parte comincia da dove finisce la prima: si comincia dall’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, e perciò creatura libera, che può scegliere di ritornare a Dio. Poiché l’uomo tende alla felicità e la vera felicità si trova solo in Dio, se l’uomo vuole essere felice deve compiere questo percorso di ritorno. La seconda parte spiega dunque come sia possibile questo ritorno per l’uomo e, a tal fine, tratta di etica: l’uomo può infatti compiere il ritorno solo attraverso un comportamento che si fondi sugli strumenti e le potenzialità fornite da Dio, in particolare le virtù. La seconda parte è la più lunga della Summa, e si divide in: Prima secundae, in cui si trattano in modo generale le categorie della beatitudine, della virtù, della passione, e simili; Secunda secundae, in cui si vede in particolare e in concreto quali sono le virtù che l’uomo deve seguire per raggiungere la felicità, e quali i vizi da evitare. Infine, nella terza parte della Summa, si tratta ancora del ritorno dell’uomo a Dio, ma parlando di come Dio si fa strumento per permettere all’uomo di tornare a Lui: si parla cioè dei sacramenti.

In questo articolo si vuole trattare di una virtù molto importante e peculiare, fondamentale anche per la filosofia politica di Tommaso: l’obbedienza. Questa virtù è particolarmente interessante anche dal punto di vista del confronto tra Tommaso e Aristotele. Infatti l’etica di Tommaso, la cosiddetta etica delle virtù, si fonda sul modello aristotelico dell’Etica Nicomachea, e le specifiche virtù che Tommaso tratta sono riprese da tale modello. Tuttavia in Aristotele non compare mai la virtù dell’obbedienza: non solo non compare nell’Etica Nicomachea, ma neppure nell’Etica Eudemia. E ci stupirebbe il contrario: l’etica aristotelica si rivolge, infatti, all’uomo greco, maschio, adulto, libero. Un uomo libero non può avere tra le sue virtù quella dell’obbedienza, neanche relativamente alle leggi: nella concezione aristotelica non è infatti virtuoso chi obbedisce alle leggi, ma al contrario è proprio l’essere virtuoso che fa sì che si agisca conformemente alle leggi. In altri termini: il virtuoso agirebbe bene anche se non vi fossero leggi; le leggi servono infatti per infondere nei cittadini l’abitudine ad agire bene attraverso il metodo “bastone/carota”. Non è necessaria perciò una virtù dell’obbedienza. L’unico momento in cui Aristotele parla di obbedienza è nell’ultimo capitolo del libro primo della Politica. L’obbedienza, come ci possiamo immaginare, lungi dall’essere propria dell’uomo virtuoso, è propria di coloro che sono esclusi dalla trattazione etica: schiavi, bambini e donne. Si chiede allora Aristotele, parlando di queste tre categorie di persone: possono costoro avere delle virtù? Certamente devono avere qualche virtù, altrimenti non potrebbero obbedire bene. Ma allora qual è la differenza tra loro e l’uomo greco, per cui loro obbediscono e l’uomo greco è invece libero? La formidabile risposta di Aristotele è: la differenza è che schiavi, bambini e donne non hanno la funzione razionale dell’anima, o meglio gli schiavi non ce l’hanno, mentre i bambini ce l’hanno ma imperfetta (si svilupperà solo in età adulta se maschi greci e liberi), e le donne ce l’hanno ma in potenza, e hanno bisogno dell’uomo per farla passare in atto. Avendo tali deficienze alla propria funzione razionale, queste categorie di persone non possono esercitare la loro libera volontà, in quanto questa è tale solo se segue a una deliberazione razionale, che essi non possono effettuare. Ecco allora perché questi obbediscono, mentre gli uomini greci sono liberi. Tutt’altro che una virtù è dunque l’obbedienza.

Tommaso, invece, da buon cristiano, la pensa altrimenti. Per la trattazione di questa virtù, ci troviamo – come si può capire sulla base di quanto detto, nella Secunda secundae, alla quaestio 104. La quaestio sull’obbedienza consta di sei articoli, ma qui si tratteranno solo gli ultimi tre, che si rivelano i più interessanti ai fini della trattazione. Anzitutto è interessante negli articoli che vedremo l’impostazione “fisica” dell’argomentazione: gli argomenti infatti sono sostenuti con continue analogie al mondo naturale, come era uso di Aristotele. Il primo articolo è un presupposto fondamentale per tutta la trattazione di Tommaso. Da questo si può giungere alla risposta per il secondo e dal secondo deriva la risposta per il terzo, che è la base per lo sviluppo del pensiero politico tommasiano.

La domanda che si pone Tommaso nel primo articolo è: Bisogna obbedire in tutto a Dio? Si tratta di una domanda chiaramente retorica, e gli argomenti contra che enumera hanno solo una funzione scenografica all’interno del metodo della quaestio. Infatti si deve ovviamente obbedire a Dio in tutto.

Contra: vi sono passi del Vangelo in cui dei trasgressori di ordini di Dio rimangono impuniti, o in cui Dio ordina qualcosa di contrario alla virtù.

Respondeo: ogni cosa è tenuta per necessità a obbedire al motore che la muove, e Dio è motore primo delle volontà. Se dei trasgressori non sono stati puniti è perché essi non trasgredivano degli ordini, in quanto Dio in quel caso non voleva obbligarli con un comandamento divino. Tutto ciò che Dio ordina non è contrario alla virtù, in quanto è Lui che stabilisce cosa sia virtù: l’uomo non è retto in quanto segue la virtù, ma in quanto segue la virtù perché Dio gli ha mostrato la virtù da seguire. Egli può ordinare cose che sembrano contrarie alla norma ordinaria della virtù, ma in realtà la vera virtù è seguire il suo comandamento.

Nel secondo articolo Tommaso si chiede se i sudditi siano tenuti ad obbedire in tutto ai superiori. Grazie a quanto risposto nel primo articolo possiamo già immaginare la risposta negativa, ma vediamo l’argomentazione di Tommaso.

Contra: il Testo dice che bisogna obbedire ai propri padroni, e questi sono tali per volere di Dio e intermediari tra Dio e i sudditi, perciò quanto ordinano è da ritenersi come comandamento di Dio. Inoltre tra i voti del religioso, insieme a castità e povertà, che son da osservarsi in tutto, c’è anche l’obbedienza, che è perciò da osservarsi in tutto.

Sed: Il superiore può comandare qualcosa che vada contro Dio, e allora non si può obbedire.

Respondeo: Un ente materiale può non subire la mozione del suo motore o per l’ostacolo posto dalla virtù superiore di un’altra causa movente, o per una mancanza di disposizione da parte del soggetto in rapporto alla mozione della causa agente. Allo stesso modo un suddito “può non esser tenuto ad ubbidire in tutto al proprio superiore” o per il comando di un’autorità più grande, o se il superiore gli comanda cose nelle quali non è a lui sottoposto: ai superiori sono sottoposti e assegnati i corpi dei sudditi, ma l’anima è libera. Perciò nelle cose riguardanti i moti interiori della volontà non siamo tenuti a ubbidire agli uomini, ma soltanto a Dio. Un suddito è tenuto a ubbidire nelle cose riguardanti la disposizione degli atti e delle cose umane, secondo l’autorità specifica di chi comanda. Il Testo infatti impone obbedienza ai padroni, ma solo nei limiti dei loro diritti. I sudditi sono, sì, soggetti ai loro superiori, ma solo in alcune cose determinate, mentre in tutto sono soggetti solo a Dio. I religiosi, infine, sono tenuti a ubbidire non in tutto ma solo nelle cose d’obbligo; raggiungono un grado di obbedienza più perfetto se ubbidiscono a tutte le cose lecite, ma non dovranno mai obbedire anche nelle cose contro Dio e quindi illecite.

Il secondo articolo, è la premessa per giungere alla risposta dell’ultimo articolo, la cui domanda è: I cristiani sono tenuti ad obbedire alle autorità civili?

Contra: Nel Testo i figli di un re sono esenti dalle autorità civili del suo regno; allora i figli di Dio, il quale governa su tutti i regni, sono esenti dalle autorità civili di tutti i regni. Inoltre, essendo la legge di Dio superiore alla legge civile, è alla prima che bisogna obbedire. Spesso, poi, le autorità civili istituiscono leggi ingiuste, cui il buon cristiano non deve obbedire.

Sed: L’ordine della giustizia, istituito dal Cristo, vuole che il suddito obbedisca al superiore, altrimenti la convivenza umana non potrebbe sussistere.

Respondeo: La nostra anima è figlia di Dio, grazie all’intervento del Cristo. Ma la grazia del Cristo ci libera dalle miserie dell’anima, ma non da quelle del corpo. I cristiani sono quindi liberi o esenti dalla servitù spirituale del peccato: ma non dalla servitù del corpo, per cui son tenuti a sottostare ai padroni di questo mondo. Inoltre la stessa legge di Dio, come si è visto, prevede l’obbedienza alla legge civile. Si è dunque tenuti a ubbidire ai principii secolari per quanto lo esige l’ordine della giustizia. Se i detentori non hanno un potere legittimo, oppure se comandano cose ingiuste, i sudditi ovviamente non son tenuti a ubbidire, se non per accidens, ossia per evitare scandali o pericoli.

Vorrei ora mostrare brevemente come da questo ultimo articolo si può giungere alla visione politica di Tommaso. Partiamo da un’affermazione fondamentale che vi si trova: “Ordo iustitiae requirit ut inferiores suis superioribus obediant, aliter enim non posset humanarum rerum status conservari” (“l’ordine della giustizia vuole che il suddito obbedisca al superiore, altrimenti la convivenza umana non potrebbe sussistere”).

Secondo Tommaso, l’uomo, in accordo con la concezione che ne ha Aristotele di “animale politico”, è naturalmente portato a vivere in forme associative. Contrariamente alla posizione di Agostino, che aveva visto l’origine della socialità nel primo peccato, ritenendo quindi la civitas frutto del peccato e una realtà da cui ci si deve man mano emancipare, per Tommaso la società sarebbe esistita anche nello stato di innocenza. Tommaso vede nella società non una catena, come Agostino, ma il mezzo per la libera esplicazione delle umane potenzialità. L’uomo si riunirebbe in società per un fine pratico, cioè per l’utilità che ne deriva. Mentre gli animali sono stati forniti di molti mezzi per essere perlopiù autosufficienti, l’uomo ha a sua disposizione solo la ratio, ed è questa ratio che lo porta a riunirsi in società. Molti punti della trattazione politica di Tommaso potrebbero farci venire in mente Hobbes, ma dobbiamo tenere presente che per l’Aquinate l’uomo è lungi dall’essere un “homini lupus”: afferma infatti che “naturaliter homo homini amicus”.

Di base gli uomini si troverebbero in una moltitudine sparsa. Tuttavia questa moltitudine ha un unico fine comune: la felicità. E per Tommaso la felicità consiste unicamente nel ritorno dell’uomo a Dio. Tutti gli uomini avrebbero dunque in comune questo fine. Le azioni degli individui, tuttavia, si disperderebbero se non ci fosse una guida superiore che indirizzasse tutti verso il bene comune. Afferma infatti Tommaso: “Ubi non est gubernator, dissipabitur populus” (“dove non c’è governatore, il popolo si dissolverà”). Allo stesso modo un corpo sarebbe un insieme di membra scomposte che si muovono “mostruosamente” per conto loro se non vi fosse un principio di comando, ossia l’anima. Grazie ad essa le nostre membra sono unite in modo armonico e tendono all’unico fine dell’azione prefissato dall’anima. Così nello Stato serve, da una parte l’armonia dei suoi membri tra loro, la cui manifestazione esteriore è la pace, dall’altra che quest’armonico corpo politico obbedisca all’autorità, nei limiti che abbiamo visto nella trattazione dell’obbedienza.

Concludo con una citazione dalla Summa (Prima parte, quaestio 96, articolo 4, la cui domanda è: nello stato di innocenza l’uomo avrebbe avuto un dominio sugli altri uomini?) che riassume bene quanto detto: “Uno è sottoposto al dominio di un altro come persona libera, quando quest’ultimo lo indirizza al suo (di chi è governato) bene personale, o al bene comune. E tale dominio di un uomo sull’altro si sarebbe verificato anche nello stato di innocenza per due motivi: primo, perché l’uomo è per natura un animale socievole: quindi gli uomini nello stato di innocenza avrebbero vissuto in società. Ma non può esserci vita sociale in una moltitudine senza il comando di uno, il quale abbia di mira il bene comune; poiché di suo una pluralità di persona ha di mira una pluralità di scopi, mentre un individuo mira ad uno scopo unico. (…); secondo, ammesso che un uomo avesse avuto sugli altri una preminenza nel sapere o nella santità, sarebbe stato poco conveniente che non adoperasse queste sue doti in vantaggio degli altri”.

Beniamino Peruzzi

Bibliografia

Tommaso d’Aquino, Summa theologica, http://www.fulvionapoli.it/sommateologica/somma.htm
http://www.culturaservizi.it/vrd/files/ZG1966_pensiero_politico_S.Tommaso.pdf

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