Sistemi sociali – Il diritto quale sistema autopoietico

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Un approccio globale ed il più possibile onnicomprensivo alla realtà basato sulla varietà e poikilia dei punti di vista. Questo è lo spirito di Universitarian, che pone l’accento proprio sull’organicità e la propensione ad evolversi della società. Proponiamo qui un piccolo spunto di riflessione con una parvenza di tecnicità per dare ragion d’essere a questa attitudine. Mi focalizzo qui sul fenomeno del diritto, non fosse altro perché è proprio in questo mare magnum che alla fine mi ritrovo. Chiedo venia per la ripetizione ossessiva del termine “sistema”, ma non mi venivano adeguati sinonimi. Buona lettura.

La teoria dell’autopoiesi è ispirata ai lavori dei biologi cileni Francisco Valera e Humberto Maturana, poi sviluppati in ambito socio-giuridico da Niklas Luhmann, nel libro Sistemi sociali (1984): “i problemi sociali sono, senza alcun dubbio, oggetti autoreferenziali e possono essere osservati e descritti come sistemi solo se si tiene conto della circostanza che essi, in ogni operazione, si riferiscono anche a se stessi”.

Cos’è, quindi, un sistema autopoietico? Il termine “autopoiesi” deriva dal greco αὐτό, “ se stesso”, e ποίησις, “creazione”: un sistema che si produce da sé, che si definisce autonomamente. Più nel dettaglio, è caratterizzato dal fatto che: stabilisce la propria identità in contrasto con l’ambiente esterno e determina le regole di transizione fra sistema ed ambiente; costituisce i suoi elementi e la sua grammatica interna; stabilisce la meta-grammatica che regola le modifiche della grammatica stessa.

Prendiamo ad esempio gli organismi viventi: essi sono energeticamente aperti (ricevono energia, che però non è la vita), ma biologicamente chiusi (è la vita che definisce la vita, è il codice genetico a stabilire come le funzioni organiche si evolvono). Sono caratterizzati da chiusura sistemica (closure) e da apertura infra-sistemica: ciò che il sistema introduce dall’esterno è metabolizzato secondo la grammatica interna. L’autopoiesi è pertanto un meccanismo di auto-creazione che prevede il concorrere di stimoli sia esterni che interni e critica quelle teorie che sostengono determinismo dell’ambiente nei confronti di ogni fenomeno individuale.
L’interrelazione fra sistemi autopoietici richiede un minimo di affinità fra elementi. Per quanto concerne i fenomeni sociali, è possibile considerarli quali “sistemi differenziati di produzione di significato” (sistemi comunicativi) in continuo dialogo fra loro: non vi è unicità di linguaggio, di sistema, di comunicazione, ma vi sono molteplicità di linguaggi quanti sono i sistemi (economia, religione, diritto, arte, politica, etc.), ognuno dei quali ha come referente un diverso livello di significato, pur rapportandosi in una realtà esterna di riferimento comune a tutti (si pensi ad un codice miniato: è opera d’arte, fonte del diritto, o ancora libro sacro).
Il diritto in questa ottica: stabilisce il mondo dei fatti giuridici, in contrapposizione a ciò che è pre-giuridico ed individuandone gli elementi rilevanti agli effetti del diritto; indica i valori giuridici ed i criteri di attribuzione di questi valori ai fatti; stabilisce i modi di formazione e modifica delle regole giuridiche. Ad esempio, in un’organizzazione statale, si dice che il sistema giudiziario – generalmente non soggetto a un meccanismo elettorale – è autopoietico quando esso stesso determina il proprio dominio di competenza e si autocontrolla ed autoalimenta. Questa evoluzione può confliggere con i principi democratici, che prevedono meccanismi di controllo incrociato funzionali ad evitare deviazioni di qualsivoglia genere. In questo senso, ancora, si può affermare che la partitocrazia, la degenerazione della forma-partito, diviene a tutti gli effetti un sistema autopoietico.
Cosa spiega questa dottrina in diritto? Consente di capire la resistenza di un sistema alle intenzioni invasive esterne di altri universi di comunicazione: ecco perché le pretese economiche o politiche non possono ottenere garanzia giuridica solo per essere tali, possono solo irritare il sistema. Lo stesso dicasi per gli elementi morali, per quanto possa esserci un parallelismo con essi.

L’autopoiesi è un modo di interpretare la realtà, ed in particolare il diritto, libero da determinismi semplicistici che non si accorgono della complicatezza dell’interazione fra fenomeni sociali: che poi ci siano sistemi più atti ad irritare che ad essere irritati è solo una mera presa di coscienza della realtà dei fatti. Un sistema, quindi, non può far altro che irritare, comprimere un altro sistema, provocando però reazioni che rispondono ad una logica propria, un processo di riordinamento interno le cui conseguenze non sono prevedibili neanche al sistema stesso: di qui l’importanza di cercare di prevedere le conseguenze a livello legislativo o di interpretazione della norma, dove il diritto viene invaso da volontà che rispondono a logiche diverse, politiche, morali, religiose etc.

L’autopoiesi è, come abbiamo visto, un criterio di interpretazione volto a capire la formazione e sviluppo di un fenomeno sociale nella sua interazione con altri sistemi, come l’economia o la politica. La stessa ratio, però, può essere utilizzata anche all’interno del sistema (carattere “locale” della teoria). Per quanto riguarda il diritto, il costruttivismo autoreferenziale spiega: perché non può esserci un sistema giuridico globale senza un unico sistema di comunicazione giuridica; la difficoltà di tradurre norme e concetti da un ordinamento all’altro (si pensi ad una norma di common law, il trust, ad esempio, tradotta in un sistema di diritto continentale: essa, nel trasferimento, non solo perde i suoi valori “locali”, ma viene anche reinterpretata nella logica del sistema ricevente); il legame imprescindibile fra ogni sistema giuridico e gli elementi fondanti della sua cultura. Il diritto internazionale non può trovare compimento se non con un lungo e lento processo di uniformazione del linguaggio giuridico dei suoi stati membri. E’ il significato che si attribuisce alle parole che differenzia una cultura ad un’altra: uniformando il linguaggio giuridico, alla lunga, nel bene e nel male, si uniformeranno anche le culture, perché il diritto è un modo con cui la società si educa attraverso il tempo. Ludwig Wittgenstein scrive: “I limiti del proprio linguaggio sono i limiti del proprio pensiero” (Tractatus logico-philosophicus). Prestiamo attenzione.

Un ultimo spunto lasciato lì a marcire e che invita a rileggere l’articolo da capo. Un sistema può essere salvato solo dall’esterno. In questa dialettica dal macro al micro, soffermiamoci anche sulla reciproca irritazione nel rapporto interumano.

Arnaldo Mitola

Un ringraziamento al Professor Andrea Errera

Bibliografia:

Antonio M. Hespanha, Introduzione alla storia del diritto europeo, Il Mulino, 2003

Niklas Luhmann, Sistemi Sociali. Fondamenti di una teoria generale, Il Mulino, 1990

http://it.wikipedia.org/wiki/Niklas_Luhmann
http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_sistemi_sociali

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