“Che orizzonte si vede dall’alto della barricata” – Riforma culturale verso un “parlamento dell’intelligenza”

Eugène Delacroix - La Liberté guidant le peuple

Questo è il primo articolo di Universitarian. Spero sinceramente che sia seguito da una lunga serie di elaborati, pensieri e scritti dei miei colleghi. Un “manifesto”, per far emergere alcuni dei punti e delle ragioni principali di questo progetto che, da un lato, è incentrato sulla personalità ed originalità delle opinioni, e, dall’altro, sulla rigorosità dello studio; l’università, infatti, non è tanto e non solo un luogo dove ottenere una laurea o un pezzo di carta, bensì, banalmente, dove studiare, approfondire ed imparare come mettere al servizio degli altri le proprie inclinazioni. Per quanto logorroico e pedante, mi auguro di non far scappare i miei “quattro lettori”  e, magari, cominciare a suscitar loro un qualche interesse.

Causa di Unversitarian è l’esigenza di “riforma culturale”, che qui è avvertita quale necessaria per il mio paese, l’Italia, ma anche, perché no, per l’intera Comunità Internazionale. Premetto che questa  formula non l’ho ripresa dalla propaganda maoista, ma dal dialogo con una collega di università, Beatrice Settanni, direttrice di LiberaLuiss. In qualità di coordinatore e responsabile di questo progetto, vorrei proprio dare un mio piccolo e breve contributo diretto al riguardo. Let’s start.

Vorrei partire da un’osservazione che mi ha colpito molto di Carlo Focarelli: “Nessuna norma giuridica può inseguire un rapinatore ed assicurarlo alla giustizia”. E’ necessaria un’istituzione, che operi mediante persone in carne ed ossa, il poliziotto, che lo catturi, il giudice, che lo condanni, e, soprattutto, occorre una collettività che sostenga politicamente queste figure. In Italia non mancano le leggi, nemmeno i magistrati e le forze dell’ordine, bensì proprio una collettività che creda in un comune destino, una comunità insomma. Cosa distinguono due persone sedute al bar per caso da due amici? Il fatto che quest’ultimi condividano un progetto di vita, anche la semplice volontà di prendersi insieme un caffè. Oggi, non viviamo in una società, ma siamo un aggregato di individui: non abbiamo più un disegno comune. Evidente: siamo insieme per caso. Se è possibile sfruttare la convivenza, meglio, se no, si salvi chi può. Con “riforma culturale” qui si intende proprio il tentativo di inserirsi nel processo di significazione del consorzio sociale e l’invito reciproco a parteciparvi, con il proprio vissuto, la propria esperienza ed onestà intellettuale. Riacquisire l’idea della perseguibilità del bene comune.

E’ possibile riscontrare un esempio di cultura individualista nel modo stesso d’insegnamento nei nostri atenei. Per lo studente medio, ai fini del proprio risultato accademico, è indifferente che abbia Tizio piuttosto che Caio accanto a sé: l’insegnamento è costituito da un rapporto diretto ma impersonale con il professore, puramente top down potremmo dire, ed il risultato sarà dato da una prova. In università, salvo rare eccezioni, non si impara a collaborare, né a discutere. Il sapere verticale e scientificamente fondato è sicuramente necessario, ma oggigiorno la società ha bisogni ben più complessi. Riprendendo le parole di Pier Luigi Celli, “a fronte delle conoscenze come semplici apparati tecnici, di cui misuriamo quotidianamente il fallimento a livello di esperienze di vita socialmente confrontabili (…)”, sostengo anche io la necessità di saperi intrecciati che forniscano un “senso condiviso, capacità di interpretare i fenomeni, e voglia di provarci, possibilmente insieme. Una sfida appunto. Di quelle che danno anima, e rendono soddisfatti anche se la prospettiva, oggi più probabile, è ancora quella della sconfitta”. Non a caso ho deciso di mettere queste parole proprio alla fine della presentazione di Universitarian.

Vorrei ora soffermarmi sul titolo dell’articolo, virgolettato perché ripreso dal titolo del capitolo V del libro I della parte V de I miserabili. Perdonate lo sproloquio. “Che orizzonte si vede dalla barricata”? Ecco la risposta di Enjolras: “La civiltà terrà le sue assise al vertice dell’Europa, e più tardi al centro dei continenti, in un grande parlamento dell’intelligenza”. Questo ovviamente prima che la sua insurrezione fosse affogata nel sangue. Non è di rivolte, ribellioni o rivoluzioni che voglio parlare, s’intende. Mi permetto, inoltre, di tralasciare il fatto che il discorso sopraccitato si concluda con: “il diciannovesimo secolo è grande, il ventesimo sarà felice”. Le esperienze della storia, anche e soprattutto quelle negative, non sono che momenti negativi di un processo dialettico che porterà ad una sintesi finale. Alla fine dei salmi, sono anch’io un inguaribile ottimista. Senza contare che oramai siamo nel ventunesimo secolo: non mi resta che ripetere l’auspicio, magari abbreviando le tappe. Ma torniamo a noi.

Porsi una domanda: “Sono io sulla barricata?”  E, ancora, preliminarmente: “che cos’è la barricata?”.  La barricata è qui intesa quale luogo in cui, dato il contesto, dovremmo stare. L’università, la famiglia, l’impegno politico, la corsia d’ospedale, la cattedra del liceo, la catena di montaggio, secondo le proprie attitudini e capacità, secondo il proprio trascorso personale. Ogni luogo è “la barricata”.  Non tanto, quindi, l’ubicazione caratterizza questo luogo privilegiato dell’ordinario, quanto l’atteggiamento, l’animo e lo spirito di servizio. Per meglio comprendere, mi permetto di rivolgermi a chi, come me, ha avuto una formazione cattolica, ricordando come San Josè Maria Escrivà parli di santificazione attraverso il lavoro, più in generale, di frequentare Dio in ogni momento della propria giornata. Ciò detto, non posso che esprimere il mio punto di vista, che nell’entusiasmo di un ventenne non può che lasciare il tempo che trova.  Io vedo l’Europa, poi la Comunità Internazionale che la circoscrive. “Uniti nelle diversità”: lo sviluppo del pensiero, che si è evoluto dalla religio, dalla superstizione, passando per la dicotomia fra dogmatismo e relativismo, e che arriva nella sintesi di un perpetuo dialogo di ricerca della verità che vede come suo presupposto il riconoscimento dell’altro. Papa Francesco ha scritto: “la verità è una relazione! Tant’è vero che ciascuno di noi la coglie e la esprime a partire da sé, dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile  e soggettiva, tutt’altro.  Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita”.  Sono perfettamente d’accordo. Non posso che imbarcarmi anche io e remare (fortunatamente ho avuto un’esperienza da canottiere)  per la nave di una riforma culturale che approdi finalmente verso, con le parole di Enjolras,  un “parlamento dell’intelligenza”.

Alla luce di ciò, con questo modesto sito web si vorrebbe proprio creare una piccola sfumatura, magari elegante, con cui poter promuovere quel “dialogo fra uomini” della filosofia heideggeriana, che è alla base di ogni società che ricerchi di nuovo in se stessa,  nei suoi componenti e nella sua storia i propri valori.

Arnaldo Mitola

Un ringraziamento a Beatrice Settanni

Bibliografia

Carlo Focarelli, Diritto internazionale, Cedam, 2012

Gianni Vattimo, Heidegger e la filosofia della crisi, L’Espresso, 2011

Papa Francesco, Lettera ad Eugenio Scalfari, La Repubblica, 11 settembre 2013

Pier Luigi Celli, Alma Matrigna, Imprimatur, 2013

Samuele Sangalli, Solidarietà e democrazia nell’orizzonte della dottrina sociale della Chiesa: riflessioni per un percorso, Cenacolo Sinderesi, 2013

San Josè Maria Escrivà, Cammino, Ares, 2011

Victor Hugo, I miserabili, Garzanti, 2013

 

 

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